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Io sono Ingrid

Pubblicato il 15 ottobre 2015 da Anton Giulio Onofri
VOTO:


Io sono Ingrid

Per me che ho passato la cinquantina, e che vidi in prima uscita al cinema Sinfonia d’autunno di Ingmar Bergman, la visione di Io sono Ingrid è stata una madeleine. Sì, il biscottino proustiano che al contatto con il palato fa scattare il motore di ricerca della memoria e risveglia vividamente suggestioni, sensazioni, ricordi assopiti del nostro passato. Conosciuta da bambino nei meravigliosi Hitchcock di cui fu protagonista (Io ti salverò, Notorious, Il peccato di Lady Considine) e in quel Cukor "hitchcockiano", Angoscia, che le valse il suo primo Oscar, Ingrid Bergman occupò immediatamente, per bellezza, grazia, e, direi, materna femminilità, il primo posto nella mia personale classifica delle dive internazionali, più dell’austera Garbo, della zuccherosa Marilyn, dell’algida Grace Kelly.Sempre da ragazzino, quando la televisione mostrava in prima serata il bel cinema di una volta, percepii la differenza dello sguardo che su di lei posò Rossellini, suo secondo, scandaloso marito, che le incorniciò attorno capolavori rarefatti e sulfurei ma di scarso successo al botteghino, condannandola a un oblio hollywoodiano durato sei anni, e concluso con un altro Oscar assegnatole nel 1956 per Anastasia. Vederla poi ultrasessantenne, scrutata dalla macchina da presa di Ingmar Bergman, significò osservare da vicino le rughe di un volto che finalmente, in quei famosi primi piani nudi e crudi, raccontava il segreto di una donna del Nord, sciolta e scottata dal calore mediterraneo, ma che senza mai cedere a compromessi e ricatti era riuscita a fare della sua vita quello che voleva lei, e non quello che voleva il cinema.

Il buon documentario di Stig Björkman, presentato allo scorso Festival di Cannes e in uscita per soli due giorni nelle sale italiane (19 e 20 ottobre), ha avuto accesso al cospicuo archivio di diari e filmini di famiglia girati dalla stessa Bergman, e ha il pregio di ripercorrerne la carriera artistica affidandosi proprio a questi suoi "selfie in movimento"; immagini della sua vita privata di diva, donna serena e felice accanto ai suoi amori, corredate di interviste mai banali e tutt’altro che agiografiche alla figlia Isabella, ai suoi fratelli e fratellastri, a Sigourney Weaver, che con la Bergman recitò in teatro, e alla grande Liv Ullmann, generosa di aneddoti frizzanti direttamente dal set di Sinfonia d’autunno. Peccato che la versione italiana, quasi integralmente in originale con sottotitoli, sostituisca alla voce narrante della giovane attrice svedese Alicia Vikander, vista in A Royal Affair e The Danish Girl, una voce italiana impostata e artificiale, estranea alla tenerezza del tono generale del documentario, fortunatamente senza troppo guastare l’effetto d’insieme di una visione tra il sogno e il ricordo. Ne scaturisce un’intermittenza del cuore che rimette in moto l’onda delle emozioni più profonde di noi spettatori non più ragazzini, e ci riconsegna una donna forte, concreta, in carne ed ossa, una nonna o una zia che ritroviamo nelle foto raccolte negli album di famiglia o nei superotto riversati su dvd e rimusicati con note bagnate di tenue nostalgia (firmate, in questo caso, da un nome lussuoso: Michael Nyman), che pur avvolta nell’aura del mito - come si addice a colei che duettò con Humphrey Bogart in uno dei film più famosi della storia del cinema, Casablanca - non è ridotta a un’icona, a un poster, o alla cover di uno smartphone usato da chi probabilmente non vedrà mai un suo film, ma ha avuto una vita reale, fatta di amori, passioni, dolori, abbandoni, tradimenti, malattie, che insieme ai suoi film ci insegna a vivere e ad amare la nostra.


CAST & CREDITS

(Jag är Ingrid); Regia: Stig Biörkman; fotografia: Malin Korkeasalo; montaggio: Dominika Daübenbuchel; musica: Michael Nyman; interpreti: Jeanine Basinger, Pia Lindström, Fiorella Mariani, Isabella Rossellini, Isotta Rossellini, Roberto Rossellini, Liv Ullmann, Alicia Vikander, Sigourney Weaver; distribuzione: BIM; origine: Svezia, 2015; durata: 114’


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