Isola 10

Torna finalmente a far parlare di sé uno dei registi sudamericani più rilevanti della storia cinematografica degli anni settanta: il cileno Miguel Littin. E lo fa, questa volta, sfruttando la scia di un interessante testo di Sergio Bitar, ex ministro del governo Allende, composto a seguito della deportazione coatta (nel campo di prigionia dell’isola di Dawson) che egli stesso, assieme agli altri membri di quell’esecutivo, fu costretto a subire all’indomani del golpe militarista del 1973.
Già da queste premesse risulta assai comprensibile come il testo scritto da Bitar abbia sin da subito rappresentato il punto di partenza ideale per un autore da sempre impegnato nell’attivismo politico come Littin. Un artista che, in effetti, non ha mai indietreggiato di fronte a tematiche del genere e che, come dimostra questa sua nuova fatica, non ha ancora intenzione di svestire i panni del militante oltranzista per andare in pensione.
Il primo messaggio lanciato dal film è perciò più che mai chiaro. L’arte di Littin non cesserà mai di confondersi con l’impegno civile per il semplice fatto che nella sua weltanschauung, la separazione tra le parti non è - e non sarà mai - in alcun modo prevista. D’altronde, se così non fosse, cadrebbe quella che è considerata l’essenza del suo lavoro. I momenti di estatica unicità a cui il suo cinema ha abituato perderebbero improvvisamente di senso o verrebbero addirittura meno. Anche questo suo nuovo sforzo artistico ad esempio, che, nell’insieme, appare come un’opera profondamente compatta, un esercizio di stile raffinato e composto, non avrebbe mai rivelato momenti di poeticità assoluta se non si fosse creato quel legame indissolubile tra l’esigenza di fare arte e l’urgenza di raccontare una storia, seppur di trentasette anni precedente.
E’ possibile dedurre già da ciò come Dawson Isla 10 possa essere considerato un film particolarmente efficace, ben costruito, in cui tutto è orchestrato in maniera impeccabile dal regista cileno. Quest’ultimo di contro dimostra ancora una volta di saper colpire lo spettatore sia al cuore che alla mente, senza tralasciare di intrufolarsi se necessario anche nelle restanti porzioni di corpo ancora a disposizione (fegato compreso).
Isola 10 è un film che invade, che scardina le difese di chi osserva suscitando reazioni a catena e istinti primordiali. La realtà infatti rivela un’opera in cui ogni singola immagine esplode in un oceano di significati e in cui il livello evocativo delle sequenze costruite raggiunge punti di straordinaria intensità. Questo, unito ad una forma mutevole, in continuo divenire, in cui la camera a mano si sovrappone a inquadrature asfissianti, perennemente incollate ai volti dei personaggi, ad angolazioni a volte naturalistiche a volte barocche, ad una campitura cromatica che richiama i toni lividi di un’epoca ancora molto dolorosa, suscita passione nello spettatore e provoca in lui una partecipazione sorprendente.
A dispetto di una storia rischiosa per la sua distanza temporale dai fatti e per i risvolti di una narrazione apparentemente statica, il film di Littin riesce comunque ad attagliarsi alla visione spettatoriale e a sconfiggere ogni preventivabile distanza dall’oggetto filmico attraverso la fascinazione del gesto artistico e la costruzione di happening irresistibili. Che siano di natura stilistica o prettamente linguistica non ha importanza, ciò che conta realmente nell’insieme è l’effetto che tali scelte, tali emozionanti coreografie provocano nell’animo dello spettatore.
Avete capito bene, anche le coreografie verbali guadagnano un ruolo fondamentale nel complesso impianto adoperato da Littin. In questo caso, la parola diventa elemento trainante dell’intero carrozzone e punto di fondamentale congiunzione con la riflessione richiesta allo spettatore. Tramite l’uso smodato di una parola abusata, sempre diversa, con ritmi e flessioni variabili, una parola a volte gridata, altre sussurrata, altre ancora cantata emerge tutta la voglia da parte del regista di andare incontro al suo spettatore, di rivolgersi a lui con un atto profondamente politico e tentare di suscitargli la stessa esigenza di comunicazione propagandata dal film stesso.
La redenzione secondo il regista deriverebbe quindi solo da un uso concreto della parola, troppe volte sottovalutata nella confusione delirante dell’epoca moderna ma fonte reale di primaria diffusione democratica. Come se non bastasse, in questo sofisticato sostrato auditivo Littin si diverte oltretutto ad utilizzare la verbosità al servizio di un sotterraneo quanto strisciante sarcasmo. Altro elemento, quest’ultimo, profondamente interessante proprio perché rivela la volontà da parte dell’autore di instillare sopra le piaghe del dramma una componente surreale anch’essa dal forte impatto politico. D’altronde sovvertire l’ordine costituito proprio attraverso la parodia marcata del gerarca oppressore o del militare carceriere (è curioso come questi siano costretti continuamente a chiedere aiuto ai prigionieri) non provoca risultati molto meno traumatici di una rabbia ingestibile? Non era proprio ciò che tentava di insegnare Il grande dittatore di Chaplin? Alla luce di quanto menzionato viene automatico sostenere in definitiva come il segreto del film risieda proprio nella sua capacità di rendere in termini spettacolari, cinematografici oseremmo dire, le umane reazioni dei prigionieri. Una procedura complessa orchestrata dal regista per dare voce alla loro dignità, per dare finalmente campo e spazio ad uno sguardo perduto e per dare la giusta rilevanza alla difesa dell’esistenza umana. Compresa, incredibile ma vero, quella dell’aguzzino, del carceriere (di rango più basso ovviamente) dapprima sbeffeggiato ed ora timidamente risollevato da un suolo fangoso che tutto travolge. Anche chi si è visto costretto a dover prendere parte ad uno scontro senza per questo viverlo realmente sulla propria pelle.
