Italiana.corti - TFF 2009

Piccole storie, brevi freammenti di passato, di memoria, di vita quotidiana. Pochi minuti, al massimo una ventina, per raccontare qualcosa di personale, di privato, di sociale, di immaginario. È questo il senso di Italiana.corti, la sezione dedicata al cortometraggio del Festival di Torino 2009. Quattordici opere realizzate dai registi di domani, selezionate dal TFF con un’attenzione particolare ovviamente alla qualità artistica, ma senza ignorare la sperimentazione sull’immagine. Tematica ricorrente che si può individuare in molti dei corti in competizione è il tempo. Ne sono esempio due dei film premiati dalla giuria composta dai registi Caroline Deruas, Giovanni Davide Maderna e Valia Santella. Riviera 91 di Gabriele di Munzio e Scordati di Progetto Funes (collettivo composto da nove autori) sono infatti tutti incentrati sul tempo, quello sociale il primo, quello individuale connesso per forza di cose alla memoria, il secondo. L’anziana donna che dalla finestra vede cambiare il piccolo angolo di Napoli sul quale affaccia, è la testimone di un modificarsi della città che non si può arrestare. Cambia il quartiere, cambiano le persone, cambiano i comportamenti. Uno spaccato sociologico in una serie di sguardi in soggettiva o semi-soggettiva che è valso al regista partenopeo il premio speciale della giuria. I nove registi di Scordati (menzione speciale della giuria) si concentrano invece sul tempo privato del loro protagonista, Roberto, che dopo un incidente d’auto ha grandi vuoti di memoria e cerca affannosamente di ricostruire la propria identità. È un tempo distorto quello in cui il ragazzo si dimena per ritrovare se stesso e i ragazzi di Progetto Funes (il cui nome ricorda il personaggio memorioso di Borges), sono molto abili a modificare inquadrature, scegliere tagli inconsueti e doppiare con voci diverse l’attore protagonista per dare un ancor più forte senso di spaesamento allo spettatore. Ancora tempo e memoria si incrociano in Tommasina, di Margherita Spampinato, corto documentario su un’anziana donna (la nonna della regista) malata di Alzheimer, e L’ultima isola, di Margherita Cascio, viaggio di un uomo originario di Alicudi, emigrato al nord per lavorare, che porta suo figlio a scoprire le sue radici sull’isola, mischiando presente e ricordi. Ma il vincitore del premio come miglior cortometraggio è stato Notturno Stenopeico, sperimentazione visiva di quattro minuti realizzata da Carlo Michele Schirinzi. Su un quadro nero, il regista leccese apre squarci di luce che fanno intravedere parte degli affreschi raffiguranti il diluvio universale presenti nella chiesa di Santa Caterina a Galatina in Puglia. I dettagli sono inquietanti: nessuna arca in primo piano, niente della tradizionale visione salvifica dell’episodio biblico. Quello che si vede sono cadaveri gonfi galleggianti sulle acque, vittime della punizione divina. Le immagini si alternano a quelle di un dramma attuale, quello dei clandestini in viaggio sui barconi che portano dall’Africa all’Italia, in un parallelo molto emozionante realizzato con suggestivi lampi. Un lavoro visivamente molto ricercato realizzato riprendendo da un foro stenopeico e utilizzando filtri vitrei artigianali per deformare le figure, di certo il miglior connubio tra tecnica e creatività visto al TFF. A parte Notturno Stenopeico infatti, la selezione non presenta altre punte di eccellenza. Interessanti gli altri due film premiati e citati in precedenza, apprezzabile il lavoro in stop motion firmato da Cristian Guerreschi e Fiorella Pierini con Neighborhood e i giochi con le lettere creati da Gabriele Gianni in Dyslexia, ma più della metà della selezione non convince. Caratteristica comune ai corti documentari è la totale assenza di ritmo, la lentezza a volte esasperante con cui vengono presentate le storie. Come se i movimenti di macchina laterali o il montaggio di piani fissi siano acclarato sinonimo di artisticità e siano indispensabili per creare un lavoro di qualità. Assolutamente mediocri poi le pochissime opere narrative, dalla bizzarra visione dell’amore in L’amore ci dividerà di Federico Tocchella, dove si cerca di dare un significato ironico a quel peso sullo stomaco che si prova nel momento in cui finisce una relazione, al prevedibile racconto di Un giorno ideale, scontato e stereotipato episodio di crisi individuale che sfocia in un drammatico finale. Unico corto narrativo (o simil tale) con di un certo livello è 399 B.C., attualizzazione del processo a Socrate narrato nell’Apologia di Platone. In una corte americana viene decretata la condanna a morte di un anziano sobillatore e corruttore di giovani, scomodo personaggio che è capace di farsi ascoltare perchè non dice cose banali. Le televisioni accendono i loro schermi e il mondo si pone in ascolto: nasce un caso mediatico. Amara considerazione sull’incapacità di vedere oltre le apparenze e di riconoscere un messaggio di pace e saggezza. Ottimo tentativo di cinema di concetto, in grado di comunicare, con un linguaggio inconsueto, l’attualità di una filosofia nata più di duemila anni fa.
