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J. Edgar

Pubblicato il 9 gennaio 2012 da Marco Di Cesare
VOTO:


J. Edgar

Un po’ come nel precedente Hereafter, in questa sua ultima opera Clint Eastwood porta in scena la parcellizzazione di un racconto filmico: lì le esistenze di alcune persone, tre vite che si incontrano nel finale di un film che parla della fine oltre la vita; qui una più terrena biografia, riguardante il controverso nume tutelare dell’FBI, quel J. Edgar Hoover che è stato una delle figure più importanti del Novecento americano. Lì una questione legata allo Spazio (tra Londra, San Francisco e Parigi), con lo scopo di parlare di un destino comune, umano ed esistenziale; qui una trattazione legata al Tempo, di continuo procedendo avanti e indietro dentro di esso, per scoprire gli anfratti più profondi che si trovano nascosti nella vita di un essere pubblico. Un uomo solo, all’interno del castello che pazientemente aveva edificato intorno a sé per lasciarvi albergare solamente la propria estrema potenza, da tutti temuta, compresi vari Presidenti degli Stati Uniti. Al pari di Hereafter sempre un racconto intimo, comunque à la Eastwood, seppure inserito nella Storia.
E la mistificazione di una realtà (o presunta tale) è l’argomento intorno al quale verte J. Edgar (scritto da Dustin Lance Black, già sceneggiatore di Milk): citando il sottotitolo del libro della Marie Lelay di Hereafter, si potrebbe parlare di ’Una cospirazione del silenzio’, come quello che ha circondato gli ultimi cinquant’anni di vita di Hoover (qui interpretati da un convincente Leonardo Di Caprio). Giacché l’azione comincia dalla stesura dell’autobiografia di cui lo stesso Hoover ha incaricato alcuni suoi giovani collaboratori, memoria dettata in prima persona, probabilmente finzione e realtà l’una accanto all’altra, senza contraddittorio. Tutto ciò per un uomo che lungo il film viene accusato - oltre che di una grande e rivoluzionaria intelligenza che per sempre cambierà le sorti di un intero Paese – di avere raccontato molte, tante bugie, e di avere utilizzato i mass media ai fini propri e del Bureau che dirigeva, con l’intento di esaltare la centralità di entrambi. Però, in quanto racconto intimo, J. Edgar è la storia soprattutto di un uomo, il quale, assieme alla realtà esterna, ha soffocato le proprie necessità fisiche e interiori, perlomeno per quanto riguarda l’età giovanile, oppresso da una madre che non aveva accettato la sua (storicamente presunta) omosessualità. Così Hoover viene rappresentato come una persona spesso sospesa tra accettazione delle convenzioni sociali (per quanto riguarda la sfera privata) e preponderante forza propositiva (nel lavoro).
È perciò un film eastwoodiano, J. Edgar, moderno nella sua accezione più pura, laddove è interessato a mostrare l’ambiguità di un mondo ormai lontano e di un personaggio che lo abitava. Un mondo legato al passato, così come i generi mèlo, storico e gangeristico che fanno tanto epoca classica del cinema, ennesimo esempio di fantasma resuscitato dall’autore californiano.
Non è però una pellicola convincente, J. Edgar (al pari perlomeno delle altre due opere che l’hanno preceduta, Invictus e Hereafter), a causa soprattutto dello squilibrio causato dai pochi acuti e dai troppi bassi, per un film assai indeciso e mai veramente sicuro di sé, diretto con mano delicata ma anche con inaspettate cadute di stile, per una fluidità che troppe volte viene frenata da una rigidità quasi sistematica, portando ad estreme e negative conseguenze l’idea eastwoodiana di cinema.


CAST & CREDITS

(id.); Regia: Clint Eastwood; sceneggiatura: Dustin Lance Black; fotografia: Tom Stern; montaggio: Joel Cox e Gary Roach; interpreti: Leonardo Di Caprio (J. Edgar Hoover), Naomi Watts (Helen Gandy), Armie Hammer (Clyde Tolson), Josh Lucas (Charles Lindbergh), Judi Dench (Anne Marie Hoover); produzione: Imagine Entertainment, Malpaso Productions, Wintergreen Productions; distribuzione: Warner Bros. Pictures Italia; origine: USA, 2011; durata: 137’; web info: sito ufficiale.


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