Jersey Boys

Gli anni Sessanta, principalmente: il tempo di un Ricordo, il ricordo di un Tempo, decade finale di quella pax americana che tanta benessere negli Stati Uniti aveva portato, unici grandi vincitori di quella Seconda guerra mondiale che fu la mattanza conseguente alla Grande depressione del ’29 da quei medesimi uniti stati cominciata, mezzo mondo contagiando. E un altro contagio, stavolta più propriamente culturale prima che politico, aveva cominciato a invadere il resto dell’Occidente, dopo il ’45, colonizzandolo.
E al tempo vi era la volontà di crescere, nel Sogno, di pensare al Futuro quando un futuro alle porte appariva attendere gli abitanti dell’American Dream. Una crescita che era sinonimo di espansione. E però, dietro quella coltre sognante, si nascondeva anche una certa ipocrisia, tipica di tutti i sogni, che nascono per sotterrare più che altro la realtà (quella circostante come quella interiore), da quest’ultima spesso tentando di fuggire: che non tutti avrebbero avuto la possibilità di tramutare tali, propri desideri, in realtà; laddove, poi, quelle aspirazioni assumevano più che altro la forma e la sostanza dell’arricchimento economico come unica incarnazione di scalata sociale, lungo una organizzazione sociale prevalentemente classista, tentativo fin dai primi vagiti dei suoi componenti, ove i neonati apparivano il più delle volte dover calcare un cammino predeterminato dalle loro condizioni di partenza.
Puritanesimo e pragmatismo americani.
Così quest’ultimo film di Clint Eastwood, un biopic che segue il suo più modesto J. Edgar, unisce in sé commedia e dramma su di uno sfondo da gangster movie, il tutto scritto sulla partitura dell’omonimo jukebox musical di Broadway che narra del popolare quartetto vocale ’The Four Seasons’, composto da ragazzi italoamericani, seguendone le vicende dalla metà degli anni Cinquanta a tutti i Settanta: ascesa e caduta, non solo di una vita professionale e artistica, ma soprattutto di quattro esistenze colte nel loro privato, nel farsi e disfarsi di un’amicizia e di ciò che le ruotava intorno. Tre ragazzi (Frankie Valli, Tommy DeVito e Nick Massi) provenienti dalla classe operaia del New Jersey, cresciuti tra l’amore per la musica, qualche lavoro e la piccola delinquenza al soldo di un boss mafioso di buon cuore, Gyp DeCarlo (Christopher Walken); più un altro (Bob Gaudio) di estrazione piccolo borghese, cresciuto in un altro quartiere, che diventerà l’autore delle musiche delle loro canzoni, oltre che quello di svariati testi.
Jersey Boys è Tempo cristallizzato, ma non immobile: fotografia di un’epoca, quella della giovinezza di Eastwood, del suo conosciuto amore nei confronti dell’espressione musicale e ricordi (su) di un tempo trascorso, su di un’America che forse non c’è più (come la Detroit in trasformazione di Gran Torino, ove le vecchie generazioni lasciano un’eredità morale alle nuove), cinema – il suo - che sempre di fantasmi parla. Un regista che in ogni caso ama rischiare, cercando nuove strade all’interno di una filmografia lunga più di quarant’anni.
Così Jersey Boys, che parla di storie private e pubbliche, ma attraverso uno sguardo maggiormente intimista (come sottolineato dagli interpreti che più volte, a turno, si rivolgono direttamente allo spettatore), seguendo una parabola che risulta essere divisa in due parti: la prima, relativa all’ascesa, che comincia negli anni Cinquanta e copre tutti i Sessanta, vissuta su di un registro di scoppiettante e puntuta commedia; mentre la seconda mostra la discesa, pubblica e privata, causata dal tradimento di un’amicizia e che coincide con la nuova America dei Settanta che, più che simbolo di una crisi, rappresenta il disseppellimento di una facciata ipocritamente tenuta nascosta sotto un velo di solo apparente armonia (come le quattro voci dei Four Seasons), scoperchiatura del vaso di Pandora sotterrato al di sotto di uno strato di ostentata leggerezza.
L’America, per l’autore Clint Eastwood, che è luogo non solo fisico, ma mentale anche: basti pensare a Invictus, discorso sulla segregazione razziale americana attraverso quella vissuta da un altro Paese, anch’esso nato da una colonizzazione da parte di popolazioni provenienti dall’Europa occidentale e che per decenni schiacciarono i nativi locali; in più, Invictus, racconto mitico di fondazione di una nuova politica e di una nuova società, nella speranza, ma senza epica, così come era lecito attendersi dalla rilettura figlia di una poetica di stampo postclassico propria del suo regista.
Attaccamento alle propri radici, quindi, ma con l’intento di analizzare e anche criticare la vita cosi come è (stata), pur accettandola. È tramite questo punto di vista che si può forse meglio comprendere l’interesse che l’ottantatreenne Eastwood sta rivolgendo negli ultimi anni principalmente verso opere di carattere storico e biografico. E in Jersey Boys fin dal titolo si evince come sarà difficile per quei ragazzi, seppure diventati adulti dalla conclamata fama, distaccarsi da quelle strade e da quei vicoli del New Jersey, dalla loro infanzia e dalla loro adolescenza, da un’etica che potrebbe recare danno all’intero gruppo.
Così Jersey Boys, con il suo mettere poi in mostra lo showbiz e quella società dello spettacolo che è alla base di quella autorappresentazione che sono gli Stati Uniti, nella sua semplicità, malgrado talune cadute di stile, certe mancanze di fantasia – relative più che altro alla seconda parte del film - di un Eastwood non ancora tornato al meglio e qui non totalmente padrone di una narrazione comunque tratta da un altro mezzo espressivo, risulta in ogni caso essere un film interessante: il più pregno di significato dai tempi di Changeling e Gran Torino.
(id.); Regia: Clint Eastwood; sceneggiatura: Marshall Brickman e Rick Elice (dal loro, omonimo, musical teatrale); fotografia: Tom Stern; montaggio: Joel Cox e Gary D. Roach; musica: Bob Gaudio (testi di Bob Crewe); interpreti: John Lloyd Young (Frankie Valli), Vincent Piazza (Tommy DeVito), Erich Bergen (Bob Gaudio), Michael Lomenda (Nick Massi), Christopher Walken (Gyp DeCarlo), Mike Doyle (Bob Crewe), Renée Marino (Mary), Erica Piccininni (Lorraine), Joseph Russo (Joe ’Joey’ Pesci); produzione: Malpaso, GK Films, Warner Bros., RatPac Entertainment; distribuzione: Warner Bros. Pictures Italia; origine: USA, 2014; durata: 134’; web info: Sito ufficiale, Pagina Facebook ufficiale di ’Warner Bros. Italia’, Pagina Twitter ufficiale di ’Warner Bros. Italia’.
