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Kreuzweg - Le stazioni della fede

Pubblicato il 29 ottobre 2015 da Matteo Galli
VOTO:


Kreuzweg - Le stazioni della fede

Un film decisamente originale, estremo, tutto incentrato su un’adolescente, Maria, che dalla famiglia, integralista cattolica, è stata educata secondo i dogmi preconciliari: la messa rigorosamente in latino, concezione agonistica della religione vista come unico baluardo contro il demonio che si annida ovunque, nella pubblicità, nei vestiti alla moda, in Facebook, nella musica moderna pullulante di neanche troppo criptici messaggi satanici e di ritmi diabolici. Fatta salva qualche minuscola, innocentissima infrazione (rigorosamente confessata), Maria ha fatto propri tutti i principi inculcateli dal prete, fanatico malgrado il sorriso angelico, e soprattutto dalla madre, una donna davvero tremenda ancorché esacerbata da un figlio più piccolo che si sospetta affetto da autismo.

La tragica vicenda di Maria è raccontata per capitoli, i quali come recita il titolo, corrispondono alle 14 stazioni della via crucis, secondo un principio analogico che talvolta regge talvolta è un po’ tirato per i capelli. Come si concluda l’itinerario di Gesù lo sappiamo; la vicenda della giovane Maria ha una conclusione che si presta, diciamo così, a una duplice interpretazione; da un punto di vista socio-psicologico, si tratta di una vera e propria tragedia: un caso da manuale di anoressia che, come ci insegna la vulgata clinica, è spesso legata a un distorto rapporto con la madre, e qui tutto va, fin troppo chiaramente, in quella direzione; da un punto di vista religioso, il film racconta un itinerario di sacrificio e di martirio, tecnicamente un’agiografia, Maria pronuncia dunque un voto al Signore, decide di sacrificare la propria vita affinché il proprio fratellino guarisca. E, infatti proprio nel momento in cui la giovane protagonista spira, il bambino, come per miracolo, parla. Miracolo, dice la madre, choc, potrebbe dire lo spettatore meno convinto di una lettura soprannaturale degli eventi.

La figura retorica su cui si regge il film, dotato di una sceneggiatura solidissima, è l’iperbole: dapprima il prete ma poi soprattutto la madre inondano letteralmente Maria di precetti, rimproveri, moniti, ciò che finisce per toglierle qualsivoglia capacità di agire in modo spontaneo, sereno, libero. E questo martellamento non può che produrre nello spettatore una ribellione e uno sdegno; si fa tanto parlare di maltrattamenti di minori, se non addirittura di molestie, quello che ci viene raccontato è, in fondo, una forma assai più sottile ma non meno pericolosa di molestia che non può che provocare indignazione. Il super-io religioso e morale finisce per produrre nella protagonista un pesante condizionamento a cui, con le proprie deboli forze, la ragazza non è in grado di opporre resistenza, malgrado un piccolo residuo di naturalezza e candore sembri guidarla nelle sue prime stazioni; da un certo punto in avanti Maria abbraccia senza più riserve ciò che le autorità educative le richiedono. In questo universo di oppressione ci sono poche – e comunque deboli – forze portatrici di un messaggio altro: il ragazzino che candido le chiede di frequentare il coro insieme a lui, la ragazza alla pari, d’origine francese, credente e praticante anche lei, ma certamente più saggia e serena, il medico, l’unica figura davvero titolare di un’istanza logica, razionale e illuminata all’interno del film, anche se medici e infermieri dovranno soccombere dinanzi al cupio dissolvi di Maria.

Il film è liberamente ispirato ai precetti propagati dalla fraternità sacerdotale san Pio X (fondata dal cardinale Lefebvre nel 1970) che qui sono stati ribattezzati “Paulusbrüder”, una congregazione che è stata spesso al centro di polemiche e a più riprese scomunicata, ma risdoganata da Ratzinger. L’ossessività del messaggio che finisce per schiacciare Maria presenta un correlativo formale assolutamente convincente: la via crucis è articolata per tredici piani sequenza della durata di 10-15 minuti l’uno. Anzi: piani-sequenza è quasi una esagerazione, inquadrature ferme, immobili, impostazione marcatamente teatrale. Il primo movimento di macchina arriva dopo

75 minuti, durante la scena della cresima, quando Maria cade in deliquio. In tutto il film i movimenti di macchina sono tre. L’ultimo, davanti alla fossa aperta di Marie, è una panoramica verso il cielo: una Himmelfahrt, si dice in tedesco, che è poi esattamente la stessa parola che significa ascensione. Gli attori, costretti ad un tour de force di fatto teatrale – ogni battuta sbagliata significava ripartire da capo nella sequenza/stazione – sono straordinari, la ragazzina, il prete (Florian Stetter, lo stesso attore che interpretava Schiller) e la mamma Franziska Weisz, prima candidata all’Orso d’Argento. Proveniente anch’egli da una famiglia di origini cattoliche, seppur non così integralista, il regista Dietrich Brüggenmann, trentottenne, aveva esordito a Berlino nel 2010 nella sezione dedicata al giovane cinema tedesco, la “Perspektive deutsches Kino” con un film su un giovane tetraplegico, interessante ma nulla più. Qui ha fatto decisamente un bel salto di qualità, anche grazie alle notevoli doti di scrittura della sorella Anna. Fin qui è stato l’applauso più lungo.


CAST & CREDITS

(Kreuzweg ); Regia: Dietrich Brüggenmann; sceneggiatura: Anna Brüggemann, Dietrich Brüggemann ; montaggio: Vincent Assmann; interpreti: Hanns Zischler, Franziska Weisz, Birge Schade, Florian Stetter; produzione: UFA Fiction; origine: Germania; durata: 107’.


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