L’abbuffata

Già il titolo è stuzzicante. Non solo ricorda il quasi omonimo capolavoro di Marco Ferreri (La grande abbuffata), ma evoca un sapore culinario, un’atmosfera goliardica, il clima tradizionale e puro tipico della cultura italiana del sud.
Tenendo conto di questo e considerando tutte le componenti del film, possiamo affermare che è un titolo più che azzeccato.
L’elemento cinematografico (il riferimento a Ferreri) trova il suo corrispettivo narrativo nel discorso metafilmico che è al centro del racconto. La trama si basa infatti sul tentativo di tre giovani di girare un film. Se poi l’attore che trovano per la parte del protagonista è Gerard Depardieu, che con Marco Ferreri ha lavorato sia in Ciao maschio che in Un’altra donna, ecco che il cerchio si chiude.
Inoltre L’abbuffata di Mimmo Calopresti è anche un film autocitazionista e a tratti autobiografico. Solo per fare un esempio, è interessante il modo in cui lo sguardo del regista si sofferma costantemente sul mare. Addirittura uno dei personaggi afferma che ama il suo rumore. Il richiamo autoreferenziale risulta subito evidente: infatti, il terzo lungometraggio di finzione diretto da Calopresti ha proprio come titolo Preferisco il rumore del mare.
Per quanto riguarda l’aspetto autobiografico della pellicola, esso trapela da diversi elementi della narrazione. Potremmo iniziare dal fatto che il personaggio interpretato dallo stesso regista, Francesco, ha avuto in passato una relazione con Amelie, impersonata da Valeria Bruni Tedeschi, nella realtà ex compagna di Calopresti. In più, a rendere ancora più evidente quest’autobiografismo è l’ambientazione in Calabria, terra d’origine del regista.
Proprio questa cornice geografica rimanda al secondo elemento che viene evocato dal titolo, cioè quell’Italia legata alla tradizione, ai costumi, ai riti. Quella parte nascosta della nostra nazione in cui è possibile assistere ancora a delle ‘abbuffate’ a cui partecipa un intero paese.
L’abbuffata è dunque un film sull’Italia e sul cinema, e conseguentemente, abbinando questi due fattori, sulla crisi del cinema italiano. La pellicola, però, nonostante tratti un argomento che ci tartassa da ormai più di quarant’anni, non appare per niente banale. Il discorso sul cinema viene portato avanti dal regista non solo da un punto di vista contenutistico/narrativo, ma anche stilisticamente. Calopresti, infatti, gioca col cinema nel cinema alternando continuamente le riprese in pellicola a quelle in digitale realizzate nella finzione dai tre protagonisti.
L’abbuffata non vuole, però, affermare che il cinema italiano è morto. La critica che vuole trasmettere quest’opera è propositiva e guarda al futuro con un occhio al passato. Il personaggio del regista (interpretato da un sempre convincente Abatantuono), da anni in cerca di una storia per il suo prossimo film, rappresenta quella parte del panorama cinematografico italiano che non sa più cosa raccontare e che ha una creatività offuscata dalla quasi nullità della nostra televisione. Il futuro, invece, è impersonato dai tre giovani ed inesperti registi che trovano la storia per il loro film nella quotidianità, nella semplicità della gente, proprio come facevano i grandi sceneggiatori della commedia all’italiana di una volta.
Questo sguardo al passato del nostro cinema traspare anche dall’atmosfera che pervade la narrazione. In molti momenti, infatti, il film ricorda le commedia nostrane degli anni ’60/’70.
A questo clima revival, Calopresti aggiunge il suo gusto francese, un umorismo sofisticato ed un tocco lieve e gentile.
Il risultato è un film leggero, simpatico, divertente. A tratti forse si perde in ripetitività – il regista eccede con l’uso alternato tra pellicola e digitale – ma in questo momento mancava un’opera italiana così fresca e leggera che sapesse anche riflettere e far riflettere. L’abbuffata è una commedia irriverente, malinconica, che riesce a fondere abilmente l’anima realistica e quella onirica dell’arte cinematografica.
(L’abbuffata) Regia: Mimmo Calopresti; sceneggiatura: Mimmo Calopresti, Monica Zapelli; fotografia: Pasquale Mari; montaggio: Raimondo Aiello; musica: Sergio Cammariere; scenografia: Alessandro Marrazzo; costumi: Carolina Olcese; interpreti: Diego Abatantuono (Neri), Gerard Depardieu (se stesso), Valeria Bruni Tedeschi (Amelie), Mimmo Calopresti (Francesco), Donatella Finocchiaro, Paolo Briguglia, Nino Frassica, Elena Bouryka; produzione: Gagè Produzioni, Dania Film, Istituto Luce, Colorado Film; distribuzione: Istituto Luce; origine: Italia; durata: 100’.
