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L’ALBERO DELLA VITA - PERCHE’ SI

Pubblicato il 17 marzo 2007 da Fabrizio Croce


L'ALBERO DELLA VITA - PERCHE' SI

Se si pensasse alla vita come un eterno, vibrante cerchio in grado di compiere un movimento sempre uguale a se stesso con costante intensità, il motore propulsivo di una traiettoria così espansa non potrebbe che essere l’assoluto dell’amore, l’abbandone senza condizioni di due individui l’uno verso l’altro, oltre i confini imposti dai limiti del corpo e dalla prigioni che conducono al suo disfacimento: lo spazio e il tempo. Darren Aronosfky compone questa struggente ballata tra le memorie vissute e i futuri proiettati degli amanti, contaminando l’elementare situazione di base(una moglie malata di cancro, un marito che vuole salvarla contro tutte le ragioni della medicina) con l’ambiziosa, grandiosa visionarietà che pone, attraverso l’artificio più elaborato e stupefacente, interrogativi filosofici e morali sul destino di un’umanità che ha completamente smarrito il senso del sacro e del trascendentale e sull’incapacità di accettare la morte come una linea continuativa dell’esistenza, magari all’interno di un altro spazio e sotto un’altra forma. E la risposta che il cineasta americano, sicuramente tra i più audaci della sua generazione, tenta di dare trova la sua ragione di essere nella forza dell’immaginazione, in quel processo mentale esercitato alla sua massima potenza, fino al punto in cui tutto ciò che è stato introiettato esplode in squarci di luce e buio, di crudeltà e tenerezza, di dolore consapevole e di gioia infantile, innocente. Sovraimpressionando e accumulando con una ridondanza e una solennità non vacue o peggio ridicole (perchè sottintendono un’autentica, umanissima disperazione), Aronosfky trasfigura la vicenda dei suoi due innamorati nelle epoche storiche più remote e nei paesaggi più suggestivi e distanti, territori ’alieni’ come la civiltà Maya e la sua complessa, evocativa Mitologia della quale rispetta l’inviolabile mistero o la colonizzazione dello Spazio, il viaggio alla ricerca dell’infinito, della riconciliazione della vita con la morte. I riferimenti ’alti’, per altro, le citazioni dalla Bibbia e, appunto, dalla Mitologia Maya non vogliono essere funzionali ad un arricchimento della storia dal punto di vista dello spessore drammaturgico ma offrono alla regia la posibilità di caricare l’emozione visiva anche nella morbidezza e nella sensualità del tocco che fa convivere la dimensione spirituale e romantica e al tempo stesso le palpabili, carnali pulsioni del desiderio. La malattia di Izzi (una radiosa, commovente Raquel Weisz) si manifesta attraverso l’irreversibile perdita del contatto sensoriale (la neve, l’acqua bollente), mentre l’intensa presenza spirituale del personaggio è svelata dalla splendida sequenza ambientata alla corte spagnola dove un’iconografica Izzi/Isabella/Raquel è agghindata come una sovrana colonialista e viene avvolta dalla luce meravigliosamente irreale che penetra nella stanza del trono, legando quest’immagine nel tempo oltre la categoria di epoca storica. La magniloquenza del racconto epico e della parabola apocalittica si applica allo schema del dramma da camera a due personaggi (altrettano toccante e sofferto è il Tomas/Tommy di Hugh Jackman) ne dilata le azioni e gli scenari, tanto che tutto sembra gigantesco, che la durata del tempo cinematografico stenti a trattenere questa straripante materia nei tempi della forma lungometraggio, non riuscendo a nascondere il conflitto che l’occhio autoriale ha ingaggiato con i meccanismi della major produttrice la quale, dal canto suo, fa serpeggiare un sensazione di paura nei confronti di questo oggetto non identificato, disturbante, irritante perchè scompone, annulla l’omogeneità della percezione e la fluidità del processo narrativo. C’è un film di Ingmar Bergman che, grazie all’erronea traduzione del titolo italiano rispetto all’originale svedese, crea una curiosa dicotomia tra forma e contenuto, quel Sinfonia d’Autunno che sarebbe una Sonata, vale a dire un concerto per due strumenti. E anche L’albero della vita, titolo italiano per The Fountain, genera una dissonanza in relazione alla natura dell’opera in quanto ciò che ricerca la mdp di Aronosfky nell’odissea di Tommy è la Sorgente, la Fonte, l’Idea Primaria dalla quale scaturiscono le immagini e le loro diramazioni tra il groviglio del rimosso dell’Incubo e la limpidezza della magia del Sogno. Bisogna avere il coraggio di guardare dentro al buco nero dell’immaginario malato, delirante, ferito e proiettare quello che si è visto nell’Universo. Aronosfky l’ha fatto, ma non sappiamo quanti sapranno apprezzare.


CAST & CREDITS

(The Fountain) Regia e sceneggiatura: Darren Aronofsky; soggetto: Darren Aronofsky e Ari Handel; fotografia: Matthew Libatique; montaggio: Jay Rabinowitz; musica: Clint Mansell; scenografia: James Chinlund; costumi: Renée April; interpreti: Hugh Jackman (Tom), Rachel Weisz (Izzi), Ellen Burstyn (Lilian), Alexander Bisping (Del Toro), Mark Margolis (Padre Avila); produzione: Warner Bros., Regency Enterprises, Epsilon Motion Pictures, New Regency Pictures, Protozoa Pictures; distribuzione: 20th Century Fox Italia; origine: U.S.A. 2006; durata: 96’ web info: sito ufficiale


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