X

Su questo sito utilizziamo cookie tecnici e, previo tuo consenso, cookie di profilazione, nostri e di terze parti, per proporti pubblicit‡ in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di pi˘ o prestare il consenso solo ad alcuni utilizzi clicca qui. Chiudendo questo banner, invece, presti il consenso allíuso di tutti i cookie



L’AMORE SOSPETTO

Pubblicato il 22 giugno 2006 da Fabrizio Croce


L'AMORE SOSPETTO

L’ossessione e la leggerezza sono due categorie, due stati della mente e dell’anima apparentemente inconciliabili, in quanto il primo suggerisce un’idea di pesantezza, di soffocamento, il secondo, al contrario, trasmette un’immagine di libertà, di catartica beatitudine. Partendo da questa prospettiva è necessario elogiare da subito la scelta del regista Emanuel Carrere per il volto su cui ha fatto combaciare i due aspetti della storia che ha scelto di raccontare come le due faccie di una stessa medaglia un po’ arrugginita: il proprietario di quel volto si chiama Vincen Lindon e i tratti somatici che tante volte abbiamo associato a un certo tipo di commedia brillante francese La crisi!, La truffa degli onesti chiudono perfettamente il cerchio intorno a quel piccolo uomo borghese al centro del racconto di spirito pirandelliano cui si ispira il film. Un volto che viene “espropiato” dal contesto in cui abitualmente viene identificato, per essere calato in uba realtà tragicomica dalle venature dark dove il signor Marc Thiriez, questo il nome del protagonista, una volta tagliati i suoi benemeriti e prominenti baffi, si accorge che nessuno si ricorda di un particolare tanto evidente della sua faccia, a cominciare propria dall’adorata moglie. Questa bizzarra disattenzione da parte degli altri lo fa sprofondare in una crisi d’identità sempre più acuta, trascinandolo a forza dentro un gioco ad incastro senza soluzione.
La mdp di Carriere si muove sul filo del rasoio che taglia i baffi di Marc, accarezzando ora con ferocia ora con ironia i lineamenti irregolari di Lindon e nutrendo la cifra stilistica della sua messa in scena con la natura surrealista, ambivalente del racconto. L’assenza/presenza dei baffi diventa il riflesso del corpo e dei suoi mutamenti e di come questi, non percepiti dallo sguardo dell’altro, misurino l’indice della mancanza di comunicazione, della solitudine, dell’alienazione.
Ciò che è reale, inteso come ciò che corrisponde all’idea mentale che noi ce ne siamo fatti e ciò che è vero si perdono sulla linea dell’orizzonte della fragilità dei rapporti interpersonali. Carrere è bravo nel far sentire sotto il testo che i problemi che sgretolano la relazione tra Marc e la moglie (Emmanuelle Devos, la cui recitazione tra la stupore e la disperazione ricorda la moglie fedigrafa che nega il tradimento al marito interpretata da Julianne Moore in America Oggi) sono più profondi e viscerali di un semplice gesto quotidiano come quello di farsi o non farsi la barba.
E la soluzione non verrà dalla staticità e dall’irrigidimento dello schema mentale costruito da Marc per sopravvivere a quello che gli appare vome un mondo folle e incomprensibile (come non pensare all’Enrico IV di Pirandello?, ma dalla “leggerezza” del movimento e del viaggio che annulla le distanza spaziali (la metà sarà Hong Kong) e temporali (i baffi ricresceranno floridi e possenti), per riaggiustare tutto nella prospettiva di un taglio di baffi e del suo riconoscimento con un finale gogoliano che sventa la tragedia e suscita commossa ironia.

(La Moustache) Regia: Emmanuel Carrere; Sceneggiatura: Jerome Beaujour, Emmanuel Carrere dal racconto di Emmanuel Carrere; Direttore della Fotografia: Patrick Blossier; Scenografie: Francois Dupertuis; Montaggio: Camille Cotte; Interpreti: Vincent Lindon, Emmanuelle Devos, Mathie Amalric, Hippoliyte Girardot, Cylia Malki, Machia Polikarpova; Produttore: Anne-Dominique Toussaint, Romain Le Grand; Distribuzione Italiana: Nexo; Origine: Francia 2005.

Enregistrer au format PDF