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Sister

Pubblicato il 11 maggio 2012 da Matteo Galli


Sister

Capita di rado di trovare nei concorsi dei principali festival europei film targati Svizzera; magari la Confederazione figura come paese che co-produce, del resto un’industria cinematografica svizzera non esiste. L’ultimo film che ha vinto a Locarno (Abrir puertas y ventanas di Milagros Mumenthaler), per esempio, è una coproduzione elvetico-argentina, ma il titolo, gli interpreti, la lingua e l’ambientazione hanno molto poco a che vedere con la Svizzera. Per trovare fra Cannes, Venezia e Berlino un film svizzero premiato dobbiamo, mi sa, risalire a Alain Tanner e Claude Goretta. Seppur co-prodotto con la Francia, seppur girato da una regista che possiede entrambe le cittadinanze, sia quella svizzera che quella francese, L’enfant d’en haut di Ursula Meier si può invece considerare a tutti gli effetti un film svizzero. Lo è prima di tutto nell’ambientazione o più precisamente nella topografia della verticalità (là dove il primo film della regista Home, presentato a Cannes nel 2007 nella Settimana della Critica, era un road movie tutto orizzontale) fra la pianura industrializzata e anonima fatta di casermoni adiacenti alla superstrada e una stazione sciistica, svizzera appunto, frequentata dall’alta società internazionale. Fra questi due poli, fra questi due mondi fa la spola Simon, ragazzino di dodici anni. Lo skypass stagionale Simon lo ha acquistato non per andare a sciare, probabilmente non sa neanche usarli gli sci. Lui va lassù solo per rubarli gli sci, e i guanti, e gli occhiali, li riporta a valle e li rivende, oppure cerca nascondigli improbabili dove stivare soprattutto gli sci, decisamente più ingombranti dell’altra refurtiva. Perché lo fa? Simon ha bisogno di soldi, è l’unico in famiglia che porta a casa la grana. Famiglia? Parola grossa. Insieme a Simon abita, parola grossa, la sorella Louise, in realtà più che abitare, va e viene, più che altro va, accompagnandosi a uomini sempre diversi la sorella, una scioperata che si veste da coatta ed è nei confronti del fratello una delle sorelle più anaffettive della storia del cinema. Genitori? Troppo indaffarati a gestire un hotel, così racconta Simon a una turista anglofona; morti in un incidente, così racconta Simon a un suo complice. Se già così la situazione relazionale è disastrosa, figuriamoci come stanno le quando circa verso la metà del film scopriamo che Louise non è la sorella bensì la madre che Simon che con le sue scorribande fra i rifugi di fatto mantiene, senza che essa abbia la minima remora a sfruttarlo. La scena più cruda di tutto il film: in uno dei rarissimi momenti di debolezza Simon, che ormai ha un incredibile pelo sullo stomaco, chiede a Louise per una volta a casa la notte, per una volta sola nel letto, di dormire con lei dichiarandosi disposto a pagarla e lei dapprima recalcitra e poi cede, ma vuole 200 franchi e comunque si gira subito dall’altra parte del letto
Il film è fin dalle primissime sequenze a rischio Dardenne, ma la regista è invece bravissima a tenere la costellazione socio-psicologica sufficientemente sul vago, è chiaro che il film si gioca su una topografia che risponde per forza di cose a una pesante dialettica di classe (in alto vivono i ricchi, per i quali il furto di un paio di sci da 2000 franchi cambia davvero poco, e in basso vivono i diseredati, i senza famiglia) ma L’enfant d’en haut non si riduce solo a questo, il film negozia costellazioni antropologiche primarie, quella che Alexander Kluge (che domani compie 80 anni) chiamerebbe lo “Urvertrauen”, la fiducia primaria dell’individuo, l’amore, la protezione, il calore o, come spesso avviene alle latitudini del film, il freddo, il gelo. Bravissimo il ragazzino Kacey Mottet Klein, brava anche Léa Seydoux nei panni della sorella/madre, in un ruolo totalmente diverso da quello della lettrice di Marie Antoinette (due film in concorso, ci potrebbe scappare un premio, quanto meno ci fa capire che è versatile), brava anche Gillian Anderson nel ruolo dell’americana sulle Alpi Svizzere che fa tanto Grace Kelly. Due i difetti del film: i personaggi minori, pur tratteggiati, non funzionano (il cuoco, poi complice di Simon, l’amante della sorella) e la topografia, in corso d’opera , permette poche variazioni in sede di sceneggiatura, soprattutto le sequenze girate in quota sono sempre uguali. Se ne dev’essere resa conto anche la regista, visto che nella sequenza finale è costretta a innestare un’ellissi: nell’ultima scena gli impianti di risalita sono fermi, siamo a fine stagione, e finalmente regista, sceneggiatore e l’ottima direttrice della fotografia (Agnès Godard, frequente collaboratrice di Claire Denis) possono mettere in scena la solitudine abissale di Simon in un paesaggio chiazzato e deserto, con le gambe del ragazzino che penzolano da una seggiovia dondolante.


CAST & CREDITS

Regia: Ursula Meier; sceneggiatura: Ursula Meier, Antoine Jaccoud; fotografia: Agnès Godard; montaggio: Nelly Quettier; interpreti: Léa Seydoux (Louise); Kacey Mottet Klein (Simon); Gillian Anderson (la turista); produzione: Archipel 35, Parigi, Vega Film Zurigo; origine: Francia-Svizzera; durata: 97’.


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