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L’ultima casa a sinistra

Pubblicato il 26 febbraio 2010 da Lorenzo Vincenti


L'ultima casa a sinistra

Dopo circa quaranta anni di incessante carriera, trascorsa ad affrancare con sempre più convinzione il genere horror dalla emarginazione in cui in passato veniva relegato e a donare costantemente ad esso nuova linfa e proposte cinematografiche innovative, è normale per un autore sentire la necessità di tirare le somme di un lavoro così consistente e guardare il percorso compiuto anche solo per selezionare ciò che di buono si è realizzato negli anni. E’ anche normale avere quella condizione di serenità mentale capace di far chiudere un cerchio professionale così ampio attraverso un cerimoniale di autocelebrazione consapevole e dichiarata. Wes Craven, maestro del genere, sembra ormai aver raggiunto questa fase o quanto meno sembra essere sempre più desideroso di avviare in maniera forzata un rituale che sia in grado di attirare l’attenzione altrui verso il suo cinema. E come inaugurare tale procedimento se non con la chiusura del cerchio perfetta, quella cioè che prevede la rivisitazione del proprio film d’esordio? Svestiti i panni del regista ed indossati quelli ormai più consoni del supervisore artistico e produttivo, Craven decide così nel 2008 di affiancarsi nuovamente al produttore dell’epoca Sean S. Cunningham e riportare sullo schermo, in una versione nuova e riletta, The last house on the left (1972), la sua prima sgangherata opera horror. In omaggio alle ristrettezze economiche dell’epoca, alle ruvidezze di un linguaggio primordiale e all’importanza dell’intraprendenza giovanile, Craven affida questo suo nuovo progetto all’autore quasi esordiente Dennis Iliadis (qui al suo secondo film da regista), dimostrando così di avere ancora quel coraggio che da sempre ne ha contraddistinto l’operato artistico. La storia, a parte qualche lieve modifica, rimane praticamente identica a quella originale scritta da Craven nel ’72, ma la sceneggiatura perde definitivamente nei 37 anni di salto temporale l’influenza che il film originale subiva direttamente da La fontana della vergine di Ingmar Bergman (regista apprezzato da Craven). Oggi, della decadenza originale presente nella sceneggiatura di Ulla Isaksson, rimane ben poco nel film di Iliadis; il cui sguardo ovviamente risente molto dell’influenza di tanto cinema contemporaneo, più intricato psicologicamente e maggiormente incline a subire le deviazioni, le schizofrenie dell’epoca moderna. Il film racconta ancora il soggiorno incubo della famiglia Collingwood, l’avventura drammatica della loro figlia Mari, rapita, violentata e torturata insieme ad una amica da un gruppo di criminali fuggiaschi ed il contatto finale tra questa banda ed una coppia di coniugi del posto. Per uno strano scherzo del destino, questi ultimi, così come trentasette anni fa, corrispondo incredibilmente ai genitori della protagonista Mari, solo all’apparenza uccisa (nel film originale veniva veramente uccisa) dal leader del piccolo gruppo a sua volta ignaro del legame tra quei distinti signori e la loro presunta vittima. Il film come molti sapranno si risolve in uno scontro epico tra la coppia (ricongiunta alla loro figlia superstite) e la temibile banda di criminali. Un epilogo drammatico tutto consumato in un ultima parte a dir poco scioccante, da vivere sul filo dell’ansia, della disperazione e senza l’ausilio di un minimo attimo di tregua.

La costruzione di Iliadis non risente particolarmente la pressione del precedente illustre e si rivela, a dispetto delle previsioni, molto ben congegnata, con dinamiche interne ben orchestrate, una scrittura efficace che abbandona le banalità del lavoro originale per perseguire con convinzione un percorso di rinnovamento basato principalmente sulla costruzione di dialoghi più convincenti e personaggi più forti. Anche la struttura formale dell’opera corre lontano dalla grezza impostazione di Craven (talmente banale e grossolana da trascinare il film addirittura oltre la “serie B” del genere), per situarsi come è ovvio su livelli digeribili al pubblico odierno. L’impostazione visiva lascia intravedere segni di una buona preparazione alla materia cinematografica, avvalorata oltretutto da una precisa ed incalzante scansione del ritmo interno. Le atmosfere rimandano vagamente a quelle del film del ’72 (qui più tragiche e lì più surreali) ma Iliadis le costruisce con più dovizia di particolari e sempre in costante previsione della risoluzione finale, punto massimo di compiutezza della sua opera ed espressione naturale di una autorialità nuova ed interessante (buona tensione emotiva, partecipazione costante, niente cadute improvvise di ritmo). Il tema della violenza gratuita e quello della vendetta sono ancora al centro del film del giovane regista; costituiscono, al pari dell’originale, la sua ragion d’essere, il motivo strisciante a cui devono soccombere tutti i protagonisti, nessuno escluso. Mentre nel primo film però essa aveva il compito di interrompere con una certa superficialità e leggerezza la serenità del mondo circostante, come un’eccezione che rompe l’equilibrio, qui essa sembra essere più radicata nella società; insomma un fenomeno abituale sempre più dilagante ed esagerato, che si insinua dappertutto, anche in un contesto circostante divenuto nel corso degli anni ostile, oscuro e dall’impatto figurativo esagerato. Oltretutto la violenza, nel salto temporale che divide le opere, diviene anche psicologica oltre che fisica, contribuendo in questo modo ad una crescita del pathos e ad una fruizione decisamente più traumatica rispetto al passato. Il confronto tra i due film si risolve quindi in una profonda e palese differenza tra la rappresentazione surreale e straniante, più vicina al genere splatter proposta da Craven e la raffigurazione simbolica dell’azione contaminante della violenza, offerta da una messa in scena di Iliadis molto più rigorosa, compatta e più vicina al genere thriller. Sulla base di questo e degli elementi sinora riscontrati potremmo a questo punto definire evidente il passo avanti compiuto dal remake. Evidente e allo stesso tempo scontato. Non poteva che essere preventivabile infatti, ancor prima della visione dell’opera, l’automatica crescita artistica del risultato con il passaggio da un prodotto di un aspirante regista horror degli anni settanta, la cui consapevolezza tecnica poteva maturare solo azzardando film improbabili e raffazzonati, all’opera di un debuttante autore contemporaneo, già molto consapevole delle proprie capacità, con un’idea di cinema ben fissa nella mente e soprattutto già pronto per realizzarla ad alti livelli.


CAST & CREDITS

(The last house on the left) Regia: Dennis Iliadis; soggetto e sceneggiatura: Adam Alleca, Carl Ellsworth; dallo script originale di Wes Craven; fotografia: Sharone Meir; montaggio: Peter McNulty; musiche: John Murphy; scenografia: Shira Hockman, Cecelia van Straaten; costumi: Katherine Jane Bryant; interpreti: Garret Dillahunt (Krug), Riki Lindhome (Sadie), Aaron Paul (Francis), Sara Paxton (Mari Collingwood), Monica Potter (Emma Collingwood), Tony Goldwyn (John Collingwood), Martha MacIsaac (Paige), Spencer Treat Clark (Justin); produzione: Rogue Pictures; distribuzione: Universal Pictures; origine: Usa; durata: 110’.


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