LA CLASSE MORTA

Sette inquietanti personaggi immobili, con il loro folle sguardo rivolto verso il pubblico, che pian piano prende posto nella piccola sala del Raabe Teatro di Roma. Subito si avverte l’impressione di stare per assistere a qualcosa di sconcertante: lo spettatore, ancora disorientato, viene subito catturato dai lenti ed ipnotici movimenti degli attori e non può fare a meno di chiedersi cosa stia per succedere. Ha così inizio la ‘seduta drammatica’, proprio come amava definirla lo stesso autore, de La classe morta, o meglio un’abbastanza libera rielaborazione di questa piéce (che, a partire dal ’75, fece acquistare fama mondiale a Tadeusz Kantor e al suo Cricot 2) diretta da Monica Giovinazzi. Ardua impresa riuscire a ricreare le struggenti suggestioni di quest’opera priva di una trama, il cui messaggio può giungere al pubblico, in tutta la sua potenza e drammaticità, solo attraverso una sorta di rivelazione. In fondo, risiede proprio in ciò la forza del teatro kantoriano, ed è questo, probabilmente, uno dei motivi per cui l’opera del celebre drammaturgo polacco non ha trovato quasi nessuno pronto a raccoglierne l’eredità.
La classe morta vede un gruppo di personaggi, fantocci decrepiti con atteggiamenti infantili, grotteschi ibridi tra vecchiaia e infanzia, che si ritrovano insieme a sedere su banchi di scuola. In questa situazione surreale, ognuno esprimerà paure, sospetti e traumi, ma anche ricordi ed ossessive speranze, in una macabra giostra che esprime l’alienazione dell’uomo moderno, sottoposto a continue pressioni e richieste poco comprensibili. Si viene catapultati in una dimensione che oscilla tra la vita e la morte, tra la realtà e l’immaginazione, tra la purezza e la dannazione. Anche il confine teatrale tra pubblico ed attori vacilla: non c’è lo scudo del palco, ed i personaggi trascinano gli spettatori nel loro mondo spettrale, rievocando oppressive atmosfere da incubo.
Uno spettacolo, dunque, così come il suo autore, estremamente complesso, con cui non è facile misurarsi. Una scelta senza dubbio coraggiosa quella della giovane regista, la quale però, pur rischiando di discostarsi dal testo originale con dei tagli talvolta fin troppo audaci, riesce alla fine a preservare l’essenza stessa dell’opera: ‘[...] ho lavorato sui testi di Kantor con attori non professionisti, come faceva lui. E il lavoro necessario è quello di creare un amalgama delle singole personalità attorno al bisogno di rendere vivo il messaggio affidato alla mise en espace, agli oggetti, alla loro simbologia e alla loro disposizione, alle parole più per il loro suono e la loro potenza evocatrice più che per il significato semantico. _ Per me non è difficile ma stimolante e necessario dal momento che anche nelle altre performance originali o suggerite da altri autori il mio metodo è molto simile [...]’ spiega la Giovinazzi.
Sarà per questa affinità, unita all’impegno degli interpreti capaci di mettersi in gioco e di accogliere in sé la parola kantoriana, che questo spettacolo risulta essere un rispettoso e rispettabile omaggio a questo drammaturgo, oggi un po’ trascurato.
Autore: Tadeusz Kantor; Regia: Monica Giovinazzi; interpreti: Cristina Chiapparelli, Stefania Di Nuzzo, Rossella Grazzini, Carlo Maino, Rosetta Pesce, Serena Roazzi, Laura Salvi
