La Foresta Dei Pugnali Volanti

Quando un cineasta sceglie di cimentarsi con un genere cinematografico che possiede dei codici narrativi ed estetici profondamente segnati, è facile che perda i propri tratti distintivi, la propria visione personale in funzione di un immaginario già riconosciuto e assimilato. Eppure Zhang Yimou sia con Hero che, ancor più, con La foresta dei pugnali volanti, è riuscito ad iniettare inquietudini e suggestioni spazio-temporali del suo sguardo paziente e caparbio nel rutilante, magniloquente e sinuoso universo del wuxia. E proprio questo suo ultimo lavoro, forse perché frutto di maggiore sicurezza nei confronti del genere, permette a Zhang di mettere in gioco con più rilievo tutte le magnifiche ossessioni del suo cinema: l’esplosione graduale e innarestabile di emozioni estreme, il riconoscimento dei soprusi e delle iniquità di una società classista come quella cinese dell’859 d.c., la condizione femminile come simbolo di purezza e resistenza contra la violenza e la corruzione maschile, l’attenzione al paesaggio come verità naturale in un mondo di illusioni culturali. E la semplicità. Perché il film, ridotto all’osso, è la cronaca del progressivo innamoramento tra Mei, ballerina non vedente che nasconde di essere la figlia del defunto capo della “Casa dei pugnali volanti”, e Jin, capitano della contea di Feng Tian che, tramite Mei, vuole arrivare a scovare il nuovo capo della setta anarchica e clandestina che si batte conto le ingiutizie dell’Impero. La magistrale mdp di Zhang ha la capacità di portare tutto il mistero e la complessità dell’intreccio ai minimi termini dei volti dei due protagonisti, Zhang Ziyi -traghettata ingenua e acerba da La strada verso casa al furore e alla sensualità di questa Mei, e Kaneshiro Takeshi, volto “contaminato” (meta taiwanese, metà giapponese) del cinema di Hong Kong. Il volto, il corpo, l’azione fisica non finalizzata all’espressione fine a se stessa - il ballo, il combattimento, il rapporto sessuale tra Jin e Mei - ma al tentativo di relazionarsi all’altro da noi diventano, come sempre in Zhang, gli unici strumenti, sotteranei e quasi nascosti al di là della loro plateale visibilità, per eludere le trappole della mente. L’ambiguità, l’altra faccia della semplicità, è del resto superbamente realizzata nel rendere cieca Mei e nel farle conoscere l’uomo di cui si innamorerà, Jin, sotto le mentite spoglie di Vento, un misterioso guerriero. Sotto questa doppia mancanza - l’impossibilità di Mei a vedere Jin, che a sua volta non può rivelare la sua identità - Zhang costruisce il nutrirsi del sentimento tra i due, temporalmente (tre giorni) e spazialmente (la foresta) definito. E il momento in cui fanno l’amore sotto le stelle rimane di impagabile e intensa verità, un gesto irrazionale e autentico che travolge le incantevoli e geometriche costruzioni aeree dei combattimenti. Come se Zhang fosse rimasto lì, tra le tinte e i tessuti di una tintoria in fiamme nella Cina degli anni Venti.
[Gennaio 2005]
(Shin Mian Mai Fu) Regia: Zhang Yimou; Sceneggiatura: Li Feng, Zhang Yimou, Wang Bin; Fotografia: Zhao Xiaoding; Interpreti: KaneshiroTakeshi, Zhang Ziyi, Andy Lau, Song Dandan; Produzione: Bill Kong, Zhang Yimou; Origine: Cina 2004; Durata: 119’
