La Furia dei Titani

Come in ogni epica che si rispetti, si scatena una furia e tutto parte da lì…
Sono in molti, infatti, gli studiosi che sostengono che la prima parola della civiltà occidentale di cui siamo figli sia stata “Μῆνιν”, “Ira”, quella di Achille che abbondona la battaglia nell’Iliade per cieco orgoglio e senso di pura vendetta.
Anche in questo caso, nella trasposizione cinematografica della storia di Perseo, figlio di Zeus, e della battaglia condotta da quest’ultimo al fine di entrare nell’oscuro Tartaro e di annullare l’inestimabile forza del grande Cronos, l’ira è quella che dà inizio ad ogni cosa. L’ira di Ares che non perdona il padre Zeus per aver preferito a lui il figlio semi-Dio Perseo; l’ira di Ade che non dimentica di essere stato relegato per l’eternità nel regno degli inferi dominato dai morti; l’ira dello stesso Perseo che, sul capezzale della propria amata moglie aveva promesso che avrebbe fatto crescere il figlio Elios come un uomo buono e semplice, come un giovane pescatore dai sani principi, e che invece si ritrova a doverlo mettere in guardia contro gli orrori dell’atavica violenza bellica.
Tra capricci divini e spasimi di gloria, La furia dei Titani si fa manuale di storia antica in 3D: colate di lava che escono dallo schermo e pietre pesanti come piombo che volano addosso alle poltrone in sala. Grande potenza del suono e dell’immagine di altissima qualità; poca sostanza nella trama del film la quale, a sottolineare quanto spesso avviene, rispecchia il successo presso un’ampia fetta di pubblico americano che apprezza, evidentemente, un digitale fatto di ampi effetti speciali a scapito di un contenuto che possa dirsi realmente interessante.
Forse una piccola riflessione è d’obbligo, però. Ritornano ogni tanto, con cadenze di tempo quasi regolari che distanziano gli uni dagli altri, gli eroi, quelli che si fanno carico del pesante onere e onore di salvare un’umanità sofferente e in pericolo. Se Tina Turner, nei ridenti anni ’80, cantava “We don’t need another Hero”, ci si domanda con curiosità come mai oggi buona parte del pubblico che ha ancora il piacere di sedersi in sala abbia bisogno, invece, di un eroe redentore.
Nuovo simbolo di antiche tradizioni? Stereotipizzazione di un’umana speranza che è sempre pronta ad emergere? Desiderio di immedesimarsi in un paradigma che sia comunque riconosciuto come unico e positivo?
C’è della mania di grandezza in tutto ciò, e mista a questa anche un certa tenerezza puerile, quella di chi cresce senza crescere mai e guarda al lontano extra-quotidiano perché in esso trova la perfezione ricercata, la fuga dal reale, l’inseguimento di una nobiltà pubblica e privata non altrimenti raggiungibile.
(Wrath of the Titans) Regia: Jonathan Liebesman; soggetto: Beverley Cross (sceneggiatura del 1981), Greg Berlanti, Dan Mazeau, David Leslie Johnson (storia); sceneggiatura: Dan Mazeau, David Leslie Johnson; fotografia: Ben Davis; montaggio: Martin Walsh; scenografia: Charles Wood; costumi: Jany Temime; interpreti: Sam Worthington (Perseo), Liam Neeson (Zeus), Ralph Fiennes (Ade), Danny Huston (Poseidone), Rosamund Pike (Andromeda), Édgar Ramírez (Ares), Bill Nighy (Efesto), Toby Kebbell (Agenore); produzione: Basil Iwanyk, Polly Johnsen per Legendary Pictures, Warner Bros. Pictures; distribuzione: Warner Bros. Pictures; origine: U.S.A., 2012; durata: 100’; web info: http://wrathofthetitans.warnerbros....
