La macchina infernale

Roma, Teatro dell’Orologio - ‘Contempla, o spettatore, rimontato completamente, in modo che il congegno si snodi adagio durante il corso d’una vita umana, una delle macchine più perfette costruite dagli dei infernali per l’annientamento matematico di un mortale’ (La macchina infernale, Prologo). Così una voce ci invita a contemplare l’ineluttabile dramma che sta per svolgersi davanti ai nostri occhi. Fin dall’inizio tutto ci viene svelato, e si prende parte, così, ad un rito sacrificale, il sacrificio di un uomo che soccombe al suo destino, che viene schiacciato dalla macchina infernale. E sebbene venga meno qualsiasi tipo di suspance riguardo lo snodarsi degli avvenimenti, si resta tuttavia col fiato sospeso nel vedere agire dei fantocci animati da forze oscure alle quali però tentano disperatamente di ribellarsi. La vera potenza della ‘macchina infernale’ risiede, infatti, proprio nel fatto di non essere riconoscibile; essa con i suoi perfetti ingranaggi dissimula la sua esistenza dinanzi allo sguardo cieco dell’uomo, come una malattia che è letale in quanto non presenta sintomi, se non quando è troppo tardi, e se mai noi intuiamo la sua presenza è perché è lei a volersi mostrare per portarci fuori strada. L’uomo, in trappola, tenta disperatamente di inquadrarla: nascono allora gli dei che però, in quanto creazione umana, sono mossi dal medesimo oscuro congegno; anche loro hanno i loro dei e si muovono nel buio dato dall’impossibilità di capire.
Più che il parricidio e l’incesto, colpisce, allora, la tragicità del destino dell’uomo, eternamente sconfitto nella sua ricerca di verità e di senso. Lo spettatore, allora, guadagna una posizione privilegiata in quanto da una parte è posto al di fuori del perfetto macchinario, come una sorta di divinità onnisciente, ma dall’altra non può non riconoscersi nei miseri personaggi, che si dibattono come insetti imprigionati in un bicchiere. Ed ecco che allora si ride di loro, della loro cecità, ma è una risata che getta un alone sinistro nelle nostre coscienze.
Nel testo di Cocteau, se è possibile, il mito, di per sé espressione di condizioni universali, si fa ancora più vicino a noi, il rito tragico si traduce in una grottesca farsa in cui i personaggi, con ‘i nervi a pezzi’ proprio come noi, racchiudono in se stessi tutte le nevrosi della modernità. La gente si lancia in uno smodato divertimento per distrarsi dal male da cui è circondata, Edipo è assetato di gloria e soprattutto è un ragazzino che, così come afferma Tiresia, ha la pretesa di voler sbrigare in due parole l’intera questione del libero arbitrio, e ancora Giocasta è una donna in perenne conflitto tra i doveri regali e la sua carnalità.
Nell’allestimento diretto e interpretato da Filippo Dini, andato in scena al Teatro dell’Orologio dall’11 al 21 ottobre, il testo viene restituito fedelmente alla scena, in tutta la sua vibrante potenza evocativa. I personaggi, tutti splendidamente interpretati da attori visibilmente coinvolti, sono eccentrici e surreali eppure, squisitamente umani, eterni, proprio come nelle intenzioni del maestro Cocteau. Una rilettura sentita, viscerale e coinvolgente, un teatro puro ed essenziale capace di scuotere lo spettatore nel profondo, senza particolari effetti o artifici.
Emozionante.
Autore: Jean Cocteau; Regia: Filippo Dini; Interpreti:Gaetano Sciortino, Davide Lorino, Alberto Basaluzzo, Valentina Martino Ghiglia, Filippo Dini, Sergo Grossini, Gisella Szaniszlò, Davide Iacopini, Beppe Chierici; Scena e costumi: Laura Benzi; Musica: Massimo Cordovani.
