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LA MALADIE DE LA MORT

Pubblicato il 14 dicembre 2006 da Giovanna Vincenti


LA MALADIE DE LA MORT

SINFONIA PER CORPI SOLI – TEATRO ELISEO, ROMA. Il sipario si apre e svela un palcoscenico completamente nudo, privato, persino, delle quinte, con estintore e termosifoni che ammiccano al pubblico. Unico elemento aggiunto, un letto disfatto sul fondo della scena. Poi entra lei, Fanny Ardant, con il suo incedere elegante e solenne e, una volta di fronte al pubblico, dà voce al drammatico rapporto tra un uomo totalmente incapace di amare e una prostituta che ha il difficile compito di guarirlo, in sole sei notti, da questa sua vera e propria malattia, “la malattia della morte”. “Credo che la scena, per La maladie de la mort non abbia bisogno d’altro, se non di luce. Si tratta, infatti, di un testo a sé stante all’interno dell’opera di Marguerite Duras, ‘un racconto completo, perfetto, senza fine’, come spiega Maurice Blanchet ne La communauté des amants. La scena è il teatro, con i suoi muri spogli, con le tracce di spettacoli passati. E c’è il bordo come un abisso… Lo spettatore può immaginare ciò che vuole in questo teatro vuoto e nudo; una stanza, un albergo, un palazzo, una ‘zona’ o, semplicemente, un teatro. Fanny Ardant arriva, non confessa, ci infligge un segreto terribile e impudico”, spiega Bérangère Bonvoisin, nella sua nota di regia. L’interpretazione è all’insegna di una gelida staticità, pochissimi movimenti, ma essenziali. Staticità, che, inizialmente, lascia lo spettatore un po’ spiazzato, ma che, gradualmente, fa sì che ci si senta sempre più coinvolti, proprio come di fronte alle pagine del racconto, che, solo attraverso le parole, in uno stile asciutto e violento, scatenano nella mente un susseguirsi di immagini vivide e sensazioni profonde. Allo stesso modo, la sola voce dell’attrice, contrassegnata da una pronuncia dal marcato accento francese, che esalta la sensualità dei temi e l’”impudicizia” del modo in cui vengono affrontati, riesce a dare vita ai due personaggi che, nell’alternarsi del giorno e della notte, della veglia e del sonno, parlano dell’amore senza riuscire ad amarsi. La prostituta, con una scrupolosità quasi scientifica, studia il suo “paziente”, diagnostica il male e tenta, infine, una cura per guarirlo. Con una serenità gelida e tagliente, come la lama del coltello che l’Ardant impugna per tutto lo spettacolo, gli parla di ciò che lui non può provare, di ciò che lui non riesce né a vedere né a sentire, e, soprattutto, getta luce sulla sua immagine miserabile e mortifera, che lui riesce a distinguere sempre più nitidamente, come riflessa in uno specchio… Può essere questo il principio della guarigione? La seconda edizione della rassegna Sinfonia per corpi soli si apre, dunque, con uno spettacolo trasgressivo, ricercato, a tratti un po’ ambiguo, ed estremamente poetico, di cui la Ardant dà prova di essere l’interprete ideale.

Autore: Marguerite Duras; Regia: Bérangère Bonvoisin; Interprete: Fanny Ardant.


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