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LA MORT DE KRISHNA

Pubblicato il 1 maggio 2004 da Carla Di Donato


LA MORT DE KRISHNA

Continua l’omaggio del Teatro di Roma al maestro Peter Brook con la mise en espace andata in scena per la prima volta alle Bouffes du Nord nel gennaio 2003.
La mort de Krishna può essere definita un “frammento” estratto dal memorabile Mahabharata, presentato al Festival di Avignone nel 1985.
Lo spettacolo racconta la morte di Krishna con la semplicità, l’essenzialità e l’estrema rarefazione dei segni teatrali che contraddistinguono l’estetica del regista anglo-francese. Un tappeto, due paraventi, candelabri, alcuni ampi cuscini, il Libro: pochi oggetti simbolo sono sufficienti all’interprete Maurice Bénichou per riportare in vita frammenti, episodi, di un’epopea mitica ricca e complessa, mentre percorre la sua narrazione della fine di Krishna, intrisa di guerra e di pace, d’amore e di massacri, fino alla “socratica accettazione di una morte fortuita, perché il Tempo ha stabilito un limite”. Eco sonora, le musiche composte da Antonin Stahly.
Misura e disequilibrio, le cifre stilistiche di Bénichou, in questo suo dosato ed esperto viaggio di un’ora nel paniere delle proprie qualità organico-evocative. Il suo Krishna, con la duplice natura umana e divina, trova una sapiente incarnazione scenica costruita con un abile, e agile, bagaglio fisico/simbolico che gradualmente schiude le sue porte e permette l’accesso nell’epopea mitica, lasciando che questa s’infiltri sinuosamente, confortevolmente, sotto la pelle e i sensi espansi dello spettatore, affascinato, sin dall’inizio, dal bioritmo dilatato della Scena, e dell’attore. Ma il pregio dello spettacolo è forse anche la sua più vistosa pecca: un frammento, un attore, un racconto, in realtà tutte sintesi di mille, e una, vie, storie, epopee che, pur se affidate ad un interprete di certo fuori dall’ordinario, lasciano la nostalgia di un “vero” racconto, e di un “vero” spettacolo. Che prendano corpo, “solido”, pieno, che ci catturino con un senso cospicuo mediante la potenza della materia di cui si nutrono e che ci restituiscano anche solo il barlume di quello che, in modo sì raffinato, Peter Brook e Maurice Bénichou ci fanno intravedere con lo stile di un grande felino che, lentamente, si distende di fronte a noi . Troppo poco, forse, e c’è chi lo ha scambiato, in modo frivolo, tout court, per...noia.

[maggio 2004]

estratto dal Mahabharata
mise en espace: Peter Brook
testo: Jean-Claude Carrière e Marie-Hélène Estienne
interprete: Maurice Bénichou
luci: Philippe Vialatte
musica: Antonin Stahly
produzione: C.I.C.T./ Théâtre des Bouffes du Nord
durata dello spettacolo: 1 ora e 10 minuti senza intervallo

SPECIALE PETER BROOK


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