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Appunti sulla commedia italiana tra il 2011 e il 2012

Pubblicato il 14 dicembre 2012 da Edoardo Zaccagnini


Appunti sulla commedia italiana tra il 2011 e il 2012

Una commedia meno rozza e sgarbata dello sgangherato cinepanettone è tornata ad abbracciare il pubblico. Più morbida e meglio organizzata, che verrebbe quasi voglia di darle il benvenuto. Persino di ringraziarla per la sua accattivante capacità di lasciarsi guardare. Per le sue doti di scorrevolezza e per il vivace ritmo che possiede. Per l’equilibrata coralità e per l’aggettivo “carina” che a lei si può accostare. Ma la musica batte troppo insistentemente sul suo schermo di colori sgargianti, con nessuna intenzione di entrare in contrasto con la crisi di qualche personaggio, come invece accadeva nella migliore commedia italiana in anni di boom. Così, dopo un certo numero di clip, di cartoline sensuali e vacanziere, spedite da spazi urbani o balneari, di provincia o metropolitani che siano, dopo il servizio fotografico ai più bei volti noti dello schermo, ai loro primi piani e ai loro dorsi nudi, si riaffacciano i temuti e mai sopiti dubbi. Alla lunga, senza essersi nemmeno troppo divertiti, si capisce chiaramente che l’innocua leggerezza e l’evasiva simpatia sono le uniche password in grado di aprire, oggi, e di riempire le sale cinematografiche. Le centinaia, che in tempo di crisi e di dominio televisivo, nonché di generale disinteresse per il bene collettivo, il nostro Paese mette allegramente a disposizione di questa nuova commedia. Ci si chiede quanto sia il caso di essere contenti se questa obbediente e ripetuta formula, detta dei “telefonini bianchi”, riagganciandosi a un cinema d’evasione vecchio quasi un secolo, rappresenti il rilancio del nostro cinema. La citazione ha senso, per l’irrealtà favolistica serpeggiante che questo nuovo cinema popolare veicola, e che moltiplica la produzione sbancando il botteghino. Si deve ammettere che al di là di fenomeni comici isolati tipo Checco Zalone eI soliti idioti, va forte, in Italia, una commedia pavida e allergica allo scomodo indagare nei panni sporchi del paese. E quelle poche volte che il mondo esterno appare nelle vincenti commedie nostrane, e s’accende la speranza di ripercorrere certa nostra tradizione, vedi gli accenni alla politica di Diverso da chi?, di Qualunquemente e di Nessuno mi può giudicare e Viva L’italia, si coglie nitido l’accontentarsi di registrare qualche nota di costume, senza la voglia di tirare un graffio vero, badando prima di tutto a far ridere lo spettatore, e a non inquietare più di tanto il resto della sua giornata. I giovani tentativi di commedia d’autore, un po’ perché fragili di loro, un po’ perché schiacciati da altra richiesta, seppur presenti e alcune volte interessanti, non interessano il grande pubblico. La grande attrazione è quasi tutta per le relazioni sentimentali contemporanee, certo complicate, precarie, vibranti e liquide, ma mai quanto il resto del vivere contemporaneo che questa nuova e fortunata forma di intrattenimento cinematografico si guarda bene quasi sempre dall’avvicinare. Tanti baci, adii e ritorni, parole sull’amore e l’amicizia che del presente formano un racconto assai parziale e insufficiente. E diventa ancora più facile, allora, per gli innamorati di un’altra commedia cinematografica, non esser tanto soddisfatti. Non solo perché manca, in tutti questi questi piccoli e tanti film, un’intrinseca capacità di coinvolgere sul serio attraverso la scrittura, di colpire veramente per la qualità del prodotto, anche solo da un punto di vista comico. Ma soprattutto perché ci si sente ancora, e lo stesso, distantissimi dal quel passato che ci ha fatto amare certi film italiani commedia solo per metà, che del presente italiano raccontavano angoli sordidi e angusti, con attenzione all’italiano ma anche all’essere umano in generale, attraverso personaggi e caratteri controversi che ancora oggi ricordiamo. Commedie agre, quelle, capaci di fotografare bene un’epoca, con l’odore della vita addosso. Film di qualità, allora persino poco amati dalla critica perché contemporanei ad un cinema italiano ancor più valido, deciso, d’autore, profondo e meno incline al compromesso. Per nulla convinti che la nostra epoca sia inadatta ad essere raccontata con commedie grandi oltre che intelligenti, siamo costretti ad ammettere che da quel tempo siamo lontani, tanto da porre questa nuova commedia al centro di un’obbligata riflessione critica, cercando di cogliere in lei tutti i pregi, in mezzo ai già citati limiti che mostra. Ma vogliamo anche scagionarla da accuse ingiuste, come quella di essersi inventata di portare al cinema i comici televisivi. Se è vero che la linea di confine tra tv e cinema commerciale, oggi, si fa sempre più sottile, è anche vero che già nel passato alcuni grandi comici nati in tv sono stati poi maestri sul grande schermo. Troisi e Verdone su tutti. E va ricordato pure che il cinema leggero, di pura evasione, in Italia è stato sempre fatto, ed ha sempre hanno funzionato sulla masse. Ricordiamo anche che quelli considerati oggi, e a ragione, i maestri del genere commedia all’italiana, i grandi padri di Paolo Virzì, l’unico, oggi, che riesce con continuità a costruire una commedia popolare e d’autore nello stesso tempo, hanno costruito i loro capolavori a passi lenti. Monicelli, Risi, Scola, non hanno girato il loro primo film operando una rivoluzione cinematografica. Da dentro, hanno imparato a modificare i codici, e con pazienza e grandi intuizioni hanno inventato una strada nuova, quella mescolanza di registri che tanto ha dato al nostro cinema. La speranza è che autori come Fausto Brizzi, Paolo Genovese, Luca Miniero, Luca Lucini, per citare quelli che si somigliano di più tra loro, sentano presto la stanchezza per un cinema relativamente gustoso che però scansa sistematicamente l’occhio dal brutto. Un cinema che non ama la satira, che non fa sua, per carità, aggiornandola e modificandola, la preziosa lezione del passato. La speranza è che la loro giovane età, e il loro talento, col tempo portino ad un’evoluzione di questa commedia che nel frattempo è tornata ad abbracciare il pubblico.


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