X

Su questo sito utilizziamo cookie tecnici e, previo tuo consenso, cookie di profilazione, nostri e di terze parti, per proporti pubblicit‡ in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di pi˘ o prestare il consenso solo ad alcuni utilizzi clicca qui. Chiudendo questo banner, invece, presti il consenso allíuso di tutti i cookie



La première étoile

Pubblicato il 28 marzo 2010 da Lorenzo Vincenti


La première étoile

Jean-Gabriel è un uomo di origini antillane trapiantato e cresciuto nella Francia della speranza e dell’accoglienza. Nel bel paese europeo egli ha ormai creato la sua famiglia, trovato una identità e modificato, grazie al contributo della sua vecchia mamma, una cultura tremendamente lontana dalle esigenze di una società nevrotica e sviluppata come quella europea. Jean-Gabriel è però uno squattrinato, anche un po’ fannullone, a cui le fatiche del lavoro, umile e saltuario, non aggradano poi tanto. Egli sogna di aprirsi una radio tutta sua, di stare dietro un microfono e abbandonare definitivamente le umiliazioni di quei piccoli lavoretti sottopagati e non stimolanti. Il problema principale è che JG ama passare gran parte del proprio tempo libero all’agenzia ippica del quartiere, e dilapidare, sulle corse dei cavalli, quei pochi introiti accumulati per il sostentamento della propria famiglia. Ad essa fortunatamente pensa la bella moglie Suzy che con il proprio lavoro e qualche piccolo espediente aggiuntivo riesce comunque a coprire i fallimenti dell’uomo e a garantire una vita dignitosa alla nutrita prole. Fino al giorno in cui, però, la donna decide di non mettere più riparo alle malefatte dell’uomo e di lasciarlo solo nell’impossibilità di mantenere una promessa assurda fatta ai ragazzi: portarli in settimana bianca. Messo di fronte ad una crisi familiare aperta ufficialmente dalla sua scelleratezza, Jean-Gabriel si vede così costretto, con tutte le proprie forze e con rimedi ingegnosi, a portare a termine una missione quasi impossibile. Non solo per salvare il proprio onore di uomo ma anche per non compromettere definitivamente la dignità del padre di famiglia e la credibilità di un marito già in bilico. Per lui è una prova definitiva così come lo è per la donna, la quale decide per questo di lasciarlo andare solo con i suoi figli per metterlo finalmente di fronte a quelle responsabilità da cui è sempre fuggito. A prendere il posto di Suzy, c’è però la stravagante ed esplosiva mamma di JG, un’antillana purosangue orgogliosa delle proprie origini e particolarmente fiera, secondo la sua idea, di essere la prima donna della propria etnia ad andare sulla neve. La donna viene invitata dal proprio figlio a passare la settimana con loro senza sapere ovviamente dei debiti accumulati dallo stesso per pagare alloggio e materiale e senza avere il minimo sentore delle ristrettezze economiche con cui egli sta per affrontare l’avventura. Direttamente sul posto lei, insieme a tutta la famiglia, verrà a conoscenza del pasticcio combinato dall’uomo. E solo dopo aver vissuto una serie infinita di avventure simpatiche e senza precedenti. Momenti che alla fine, però, nonostante una mole di disastri accumulati, contribuiranno a rivalutare l’uomo, il genitore e persino il marito davanti agli occhi di tutti i suoi cari. Non senza passare prima per umiliazioni, lezioni di vita varie e improvvise esplosioni d’affetto utili alla rinascita dell’intero nucleo familiare. La première étoile segna il debutto dietro la macchina da presa di Lucien Jean-Baptiste, brillante attore francese che per questa importante occasione si riserva anche il compito di interpretare il ruolo dello squinternato protagonista Jean-Gabriel. Nel compiere il fatidico salto di carriera Jean-Baptiste si porta dietro un bagaglio ricco di elementi caratterizzanti. Come il suo stile comico delicato e garbato, mai sopra le righe e costantemente alla ricerca di una sua precisa utilità nello schema da lui approntato; o come la questione etnica e razziale, che per un francese di origini antillane rimane comunque un fattore importante e decisivo, anche nella definizione di una pratica umoristica talvolta dissacrante e pungente. Jean-Baptiste estende così quello che è un modo preciso di intendere la comicità (in Francia ha recitato in Camera Cafè, noto format conosciuto anche da noi) ad una sceneggiatura intera, ben calibrata e completata dall’ausilio dell’altra esordiente autrice Marie-Castille Mention-Schaar. Nel far ciò i due si divertono, di tanto in tanto, ad instillare sullo sfondo quasi fiabesco momenti di spiccata e intelligente autoironia, non poco velata da una critica sociale che si rivolge direttamente a chi ancora fatica a digerire un fenomeno diffuso come l’integrazione straniera. Anche il fatto di costruire le premesse per cui una famiglia di antillani neri debba ritrovare le propria unità e la retta via nel contesto "tutto bianco" di una vacanza in montagna (loro che la montagna non l’hanno mai vista), risulta a posteriori solo un modo gioioso per sovvertire con piacevole ironia la dabbenaggine e la lunga sequela di luoghi comuni che ancora oggi (così come negli anni ’80 dell’ambientazione originaria del film) affliggono taluni angoli di società civile. Per questo non importa se, alla fine, rimane forse la sensazione di aver visto un film incompleto, poco ispirato. Non interessa poi molto se la consistenza dell’insieme ceda il passo a lacune strutturali comprensibili e parti di racconto non riuscite. Ciò che malgrado tutto rimane a visione terminata è l’onestà di un autore puro e semplice, capace di arrivare al cuore delle famiglie con le armi innocue della leggerezza, dell’ironia conciliante e della bontà. Rimangono i volti di attori "facili", le scenette surreali nate dall’incontro di elementi contrapposti (antillani-montagna), lo spirito partecipativo provocato da una famiglia simpatica, i giochi di parole, la gag movimentate e gli insegnamenti proposti al pubblico con una gentilezza sin troppo evidente. Quasi fosse il frutto di uno stile comico moderato ereditato dal passato o ispirato da un improvviso sussulto nostalgico verso un tempo ormai remoto. La première étoile è un tipo di film utile per l’arte cinematografica perché, pur coltivando i sentimenti più facili, rifugge dalla ruffianeria sciatta e spazza via, seppur momentaneamente, la volgarità di tanta pratica comica recente. Un interrogativo sorge a questo punto spontaneo. Un interrogativo tutto italiano. Saprà apprezzare un paese come il nostro, ormai abituato a rinchiudere un tipo di film del genere, con quelle ambientazioni e con quel contesto, entro i confini della comicità volgare da cinepanettone, un’opera palesemente agli antipodi rispetto alle linee di tendenza nostrane? Saprà valutare come tale un prodotto di certo non inferiore a quei risultati? Non ci resta che attendere fiduciosi le risposte del botteghino.


CAST & CREDITS

(La première étoile) Regia: Lucien Jean-Baptiste; soggetto: Virginia Bach; sceneggiatura: Marie-Catille Mention-Schaar, Lucien Jean-Baptiste; fotografia: Myriam Vinocour; montaggio: Hachdé; musiche: Erwann Kermorvant; scenografia: Hérald Majar; costumi: Laurence Benoit; interpreti: Firmine Richard (Bonne Maman), Lucien Jean-Baptiste (Jean-Gabriel), Anne Consigny (Suzy), Jimmy Woha-Woha (Yann), Ludovic Francois (Ludovic), Loreyna Colombo (Manon); produzione: Vendredi Film; distribuzione: Nomad Film; origine: Francia; durata: 90’.


Enregistrer au format PDF