La ricotta

La risposta di Antonello Fassari al perché abbia scelto di portare sul palcoscenico proprio La ricotta tra le opere cinematografiche di Pier Paolo Pasolini, è stata lapidaria: "mi ha colpito subito, dalla prima volta che l’ho letta". Attore italiano dalla lunga e trasversale carriera teatrale, durante la quale ha collaborato con Luca Ronconi, Eduardo De Filippo e Giancarlo Sepe e poi confluita nel cinema fino ad arrivare alla nota pop-fiction I Cesaroni, Fassari è un uomo sorprendente: pieno di energia e verve, sempre pronto a dare risposte spontanee, mai opportuniste e di facciata.
La scelta della Ricotta non può essere casuale. Coadiuvato da un giovane e brillante scrittore molisano, Adelchi Battista, vincitore del premio Hemingway 2012 con la sua opera prima, il romanzo storico Io sono la guerra, Fassari ha ridato vita agli scritti/sceneggiatura del film scandalo di P.P.Pasolini.
Il duo Fassari-Battista ha impiegato all’incirca sei anni prima di giungere all’attuale risultato artistico, analizzando espressione per espressione, parola per parola, facendo riferimento - come accenna Battista nel commento post spettacolo - agli scritti dal titolo emblematico Empirismo eretico, in cui la poetica pasoliniana si manifesta attraverso un’affascinante e rivoluzionario studio della lingua italiana e sulla necessità di regole per un altro tipo di linguaggio, -vista l’assoluta mancanza di norme- quello filmico, per cui il nostro raffinato intellettuale ha sperimentato un sistema paradigmatico di tipo poetico.
È su questo scarto linguistico che Fassari e Battista hanno voluto basare lo studio della Ricotta, il cui risultato è un’assoluta fedeltà al testo e come ha dichiarato Fassari nell’intervista: Non ho cambiato una sola parola degli scritti. Ho rispettato l’opera così com’è.
Gli abbiamo chiesto se questo atteggiamento di aderenza assoluta fosse dovuta ad un particolare coinvolgimento emotivo e naturalmente la sua risposta non poteva che essere positiva, visto che nel commento tra lo spettacolo e la proiezione del film, era sinceramente commosso per la viva partecipazione del pubblico e la soddisfazione che deve aver provato per aver saputo affrontare con decoro e tatto un’opera tanto controversa di Pasolini, dimostrando una conoscenza profonda delle sempre attuali tematiche di un testo in cui l’emarginato, come nell’ultima battuta del"regista" Orson Welles doveva: Crepare: non aveva altro modo per ricordarsi che anche lui era vivo.
La chiosa alla morte di Stracci è un di una potenza espressiva tale per cui seppur sospesa nel tempo, la questione della lingua nel cinema sembra aver trovato una risposta in un realismo onirico, in cui la parola riesce a argomentare fiumi di dolore, atrocità della nostra società e la sconfitta dell’intelletto umano davanti alla propria abiezione, senza mai abbassare il livello poetico del testo e senza lasciare spazio ad ambiguità linguistiche.
Testo: Pier Paolo Pasolini
Regia e interpretazione: Antonello Fassari e Adelchi Battista
Progetto musicale: Lele Marchitelli
