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La ricotta

Pubblicato il 4 febbraio 2013 da Monia Manzo


La ricotta

La risposta di Antonello Fassari al perché abbia scelto di portare sul palcoscenico proprio La ricotta tra le opere cinematografiche di Pier Paolo Pasolini, è stata lapidaria: "mi ha colpito subito, dalla prima volta che l’ho letta". Attore italiano dalla lunga e trasversale carriera teatrale, durante la quale ha collaborato con Luca Ronconi, Eduardo De Filippo e Giancarlo Sepe e poi confluita nel cinema fino ad arrivare alla nota pop-fiction I Cesaroni, Fassari è un uomo sorprendente: pieno di energia e verve, sempre pronto a dare risposte spontanee, mai opportuniste e di facciata.
La scelta della Ricotta non può essere casuale. Coadiuvato da un giovane e brillante scrittore molisano, Adelchi Battista, vincitore del premio Hemingway 2012 con la sua opera prima, il romanzo storico Io sono la guerra, Fassari ha ridato vita agli scritti/sceneggiatura del film scandalo di P.P.Pasolini.
Il duo Fassari-Battista ha impiegato all’incirca sei anni prima di giungere all’attuale risultato artistico, analizzando espressione per espressione, parola per parola, facendo riferimento - come accenna Battista nel commento post spettacolo - agli scritti dal titolo emblematico Empirismo eretico, in cui la poetica pasoliniana si manifesta attraverso un’affascinante e rivoluzionario studio della lingua italiana e sulla necessità di regole per un altro tipo di linguaggio, -vista l’assoluta mancanza di norme- quello filmico, per cui il nostro raffinato intellettuale ha sperimentato un sistema paradigmatico di tipo poetico.
È su questo scarto linguistico che Fassari e Battista hanno voluto basare lo studio della Ricotta, il cui risultato è un’assoluta fedeltà al testo e come ha dichiarato Fassari nell’intervista: Non ho cambiato una sola parola degli scritti. Ho rispettato l’opera così com’è.
Gli abbiamo chiesto se questo atteggiamento di aderenza assoluta fosse dovuta ad un particolare coinvolgimento emotivo e naturalmente la sua risposta non poteva che essere positiva, visto che nel commento tra lo spettacolo e la proiezione del film, era sinceramente commosso per la viva partecipazione del pubblico e la soddisfazione che deve aver provato per aver saputo affrontare con decoro e tatto un’opera tanto controversa di Pasolini, dimostrando una conoscenza profonda delle sempre attuali tematiche di un testo in cui l’emarginato, come nell’ultima battuta del"regista" Orson Welles doveva: Crepare: non aveva altro modo per ricordarsi che anche lui era vivo.
La chiosa alla morte di Stracci è un di una potenza espressiva tale per cui seppur sospesa nel tempo, la questione della lingua nel cinema sembra aver trovato una risposta in un realismo onirico, in cui la parola riesce a argomentare fiumi di dolore, atrocità della nostra società e la sconfitta dell’intelletto umano davanti alla propria abiezione, senza mai abbassare il livello poetico del testo e senza lasciare spazio ad ambiguità linguistiche.


Testo: Pier Paolo Pasolini
Regia e interpretazione: Antonello Fassari e Adelchi Battista
Progetto musicale: Lele Marchitelli


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