Lago Film Fest edizione 2009 - incontro con Juan Pittaluga

A volte a un giornalista capita la rara possibilità di vivere il proprio lavoro in maniera diversa, per certi versi più confidenziale. Per una volta vorrei dialogare, raccontare un incontro come un’esperienza, lontana anni luce dalla routine, dalla sterilità e dall’aridità di certe interviste. Incontrare Juan Pittaluga è stata l’occasione per penetrare, scrutare l’opera di un giovane filmaker, attento, e capace nel suo lavoro di cogliere inediti aspetti della società. Diviso in una realtà tra l’apolide e il cosmopolita, nato in Uruguay, da genitori di origine italiana, Pittaluga lavora oggi a Parigi, sua vera e propria base.
Produttore, ma sarebbe più corretto dire co-autore, del bellissimo Mondovino di Jonathan Nossiter, Juan ha alternato nella sua giovane carriera opere di fiction come Orlando Vargas (nel 2005 a Cannes nella settimana della critica), a opere di carattere documentaristico come il suo Il miracolo del gusto, attualmente in lavorazione, di cui abbiamo avuto un’anticipazione. Lavoro che già nel suo estratto mostra un’impressionante carica espressiva. Dalla messa in scena veloce e solida, misurata dalla lenta e leggera ondulazione della macchina a mano al taglio dell’inquadratura mai in primo piano di fronte all’obbiettivo, ma sempre trasversalmente, a sancire il rispetto totale verso l’interlocutore. Contestualmente, l’obbiettivo impone il suo sguardo verso particolari solitamente insignificanti ma che regalano alla messa in scena una verità inusitata nelle produzioni contemporanee.
Diviso tra le ‘sagge parole’ di un contadino piemontese, venate di quel portato della cultura che per generazioni ha forgiato lo spirito più popolare della nostra terra, ai racconti di interno familiare di Fabio Picchi (sublime in certi suoi ragionamenti e in certe originali intuizioni), con al centro il Gusto, vero soggetto del film. Juan ha raccontato come l’intento iniziale del lavoro sia stato dettato da una legittima domanda che si è posto guardando la figlia appena nata. Quale eredità culturale sarebbe stato in grado di lasciarle? Quale insegnamento specifico impartirle? Quale gusto del mondo tramandarle? Da qui la sua indagine, che ha come meta le culture culinarie di Stati Uniti, Francia, India e appunto Italia.
Ma la ‘chiacchierata’ è andata ben oltre, Juan ci ha, infatti, raccontato la sua storia e il suo rapporto con il cinema, amore di gioventù quando durante la dittatura in Uruguay, si chiudeva nella cineteca di Montevideo (ultimo luogo asilo nel conflitto culturale attuato dalla dittatura di destra) a vedere il Rossellini di Germania anno zero e il Fellini de La Strada. Individuando in C’eravamo tanto amati di Scola, proprio per il suo ripiegamento nella storia cinematografica del nostro paese (la famosa scena della Dolce Vita e il quiz di Lascia e raddoppia su Ladri di biciclette) il film limite della grande stagione del cinema italiano.
Il confronto con il cineasta uruguyano è stato animato da un’atmosfera distesa, leggera, senza le luci scintillanti dei grandi festival, ma con il riverbero della luce sulle acque del lago ad accompagnarci durante questo affascinante dialogo.

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