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Last Days

Pubblicato il 18 maggio 2005 da Fabrizio Croce


Last Days

Nel 1994, quando Kurt Cobain, il leader dei Nirvana, uno dei gruppi rock più emblematici ed enigmatici dei brucianti, tormentati primi anni novanta, decideva di togliersi la vita, lasciava sicuramente un grande senso di solitudine, di vuoto, di silenzio in quegli adolescenti che, confusi e infelici, avevano visto in lui e nella sua musica una valvola di sfogo per la frustrazione, il dolore represso, la paura e il disagio di vivere una realtà estranea e minacciosa. E Gus Van Sant, in fondo, fa un film su uno di quegli adolescenti, trasfigurandone il mondo interiore nella figura mitizzata per eccellenza dall’immaginario giovanile: la rock star. L’acerba, efebica, sfuggente fisicità di Michael Pitt rende con seducente precisione quest’idea di una bellezza idealizzata, misteriosa, viscerale dietro la quale si cela la malinconia per una purezza perduta e il distanziamento, il non riconoscimento di se stessi, della propria identità. Gus dà subito spessore e potenza attraverso il suo sguardo, con l’immagine di un ragazzo che attraversa un bosco per andare a fare un bagno presso la piccola cascata di un fiume. Tutti gli elementi sono già vivi e presenti in queste prime inquadrature: il corpo, la natura, la semplicità e l’innocenza del gesto che rivelano il significato profondo e segreto dell’esistenza di quel ragazzo in quel determinato momento, qualcosa di imperscrutabile dal mondo delle parole e comprensibile solo dall’immediatezza anche brutale delle immagini. I protagonisti di Van Sant appartengono al mondo delle immagini, si materializzano inquadratura dopo inquadratura e i dialoghi sono ridotti al minimo indispensabile per identificarli socialmente, informazioni spesso omissive, mancanti, espressioni di realtà vaghe e non di verità specifiche. Del novello “enfant sauvage” scopriremo che il suo nome è Blake, che è stato una rock star probabilmente molto famosa, che vive in una villa di pietra decadente, che è circondato da persone che si rivolgono a lui per ragioni opportunistiche e materialistiche - ancora una volta la sterilità del linguaggio - che si sente braccato, oppresso, rincorso da quel mondo esterno che ha deciso di lasciare fuori dalla porta della sua percezione soggettiva del tempo, della musica, della vita. Come se fosse consapevole di essere ripreso, Blake decide di appartenere esclusivamente al proprio occhio interiore che si manifesta nell’unica forma possibile, quella di una struggente ballata di morte, annunciata e preparata - in una frattura tra suono e silenzio, tra l’ultimo barlume di creatività e il preludio dell’abisso esistenziale - dalla splendida sequenza in cui decide di cercare protezione nell’utero di un locale dove si celebra ancora una volta il rito della musica rock, il sortilegio che lo ha condannato a vivere, per poi lanciarlo senza rete verso una “strada senza ritorno,” per citare un altro titolo sulle pericolose derive del talento avvelenato dal dolore, seppur più maturo e corazzato, diretto da Samuel Fuller. E poi dall’utero protettore verso l’infinita, disarmante, silenziosa inquietudine del bosco dove Blake, spogliatosi di qualsiasi fasulla sovrastruttura culturale, sociale e psicologica - l’icona pop, la rock star, il giovane disagiato - potrà vivere l’amarezza dell’ultima canzone e la sua personale deriva nella desolante riflessione finale: che la sua autodistruzione (di Cobain) abbia anticipato la strage massificata e degenerata di Columbine?

[maggio 2005]

Regia: Gus Van Sant Sceneggiatura: Gus Van Sant Fotografia: Harri Savides Interpreti: Michael Pitt, Asia Argento, Kim Gordon, Harmony Korine Produzione: Gus Van Sant, Dany Wolf Durata: 85’ Origine: Usa 2005

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