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Laura Gibson e un tipico adagio adattato sulla storica dorsale musicale della West Coast.

Pubblicato il 18 marzo 2012 da Emiliano Paladini


Laura Gibson e un tipico adagio adattato sulla storica dorsale musicale della West Coast.

Ancora tra paesaggi della musica folk, e ancora con una proposta al femminile, ma americana questa volta, dell’Oregon, Coquille (dal nome della Tribù Indiana omonima); e quindi più distesa, rilassata, riflessiva e ancora più audace volendo, se consideriamo il tempo dedicato alla pura ricerca creativa e intellettuale che le mette a disposizione la pacifica cornice delle terre che abita. E parte decisamente fondamentale del lavoro è la voce, una dote naturale in questo caso, che deve solo essere modellata su apposite orchestrazioni musicali sperimentali. Il suo terzo disco è allora La Grande, che dell’Oregon è il nome di una cittadina, a Est della Wallowa Valley, ai cui native americans (Nasi Forati) il disco è dedicato fin dall’impostazione grafica della copertina. Laura Gibson (www.lauragibson.com) sarà poi in Italia il 30 Aprile 2012, al Rocket, Milano, per un solo appuntamento italiano, nel giro di presentazione di questo suo terzo disco - e anche questa è una produzione VIVO CONCERTI. La Gibson ad ogni modo cresce nel vitale e tranquillo panorama musicale di Portland, e in una sorta di tepore mistico comincia ad ascoltare Skip James, Mississipi John Hurt, Elizabeth Cotton, Billie Holyday ed Ella Fitzgerald; e da qui comincia poi a scrivere inserendosi nel medesimo tracciato artistico e musicale. Non ci sono però formalmente dei rimandi diretti a quel genere di composizione. Molto probabilmente se ne possono riconoscere il trasparente fermento creativo, alcune atmosfere di massima, e pochi altri elementi ancora; ma tecnicamente il disco è impostato alla ricerca culturale locale, e del West ha tutte le caratteristiche principali, e del desert rock (lasciato un po’ in stand by in questi ultimi tempi), in una sua versione docile, è uno degli ultimi lavori di punta, così come è possibile constatare ascoltando il singolo del suo ultimo lavoro. Per cui in definitiva, qualunque sia la prospettiva da cui comunque si guarda il lavoro della Gibson, si ha in tutti i casi a che fare con dischi che evocano il fascino di un lungo viaggio carico di sonorità ricercate e inaspettate, che evocano atmosfere cinematografiche; le quali a loro volta non possono che essere il magnete catalizzatore di ogni prospettiva culturale da quelle parti, se non altro data la vicinanza o consonanza geografica con Hollywood. Il disco contiene quindi dieci canzoni devote alla vita, al suo mistero, alla sua accettazione serena e alla sua forza. La Gibson ha poi curato personalmente la realizzazione del disco in ogni sua parte: produttrice, backing vocals (riuscendo a intonare fino a quindici voci diverse registrate tutte insieme), suonando inoltre fino a tutti gli strumenti impiegati nella sonorizzazione del progetto artistico (basso, chitarra, piano, vibrafono, marimba, sintetizzatori e tamburo). Accanto a lei, nelle sessioni di registrazione, allo studio del progetto in direzione delle classiche modalità pop improntate alla costruzione del tipico soffio da West Coast, ci sono musicisti d’eccezione, tra cui Joey Burns dei Calexico e alcuni membri dei Dodos e dei Decemberists; per un totale che dice di uno plendido affresco del Nord Ovest degli Stati Uniti, qualcosa di molto rispettoso della storia dei luoghi delle antiche popolazioni Indiane, del mare, della neve a bufera, del sole cocente, della solitudine ricercata e della pace e dei suoni ultramoderni in un canto profondamente condizionato dalla sua terra d’origine. L’Oregon è molto vicino al Giappone, e al di là della consonanza dei tratti somatici e molte volte della fonetica, l’avanguardia concettuale di certe Tribù Indiane non fa nemmeno più notizia ormai, ma rappresenta ancora un ottimo punto di partenza per perfetti studi musicali.


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