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Le cose che verranno - Perché sì

Pubblicato il 20 aprile 2017 da Veronica Flora
VOTO:


Le cose che verranno - Perché sì

"L’uomo è solo una canna, la più fragile della natura; ma una canna che pensa. Non occorre che l’universo intero si armi per annientarlo; un vapore, una goccia d’acqua bastano a ucciderlo. Ma, quand’anche l’universo lo schiacciasse, l’uomo sarebbe pur sempre più nobile di quel che lo uccide, perché sa di morire, e la superiorità che l’universo ha su di lui, l’universo non ne sa nulla"
Blaise Pascal, Pensieri (1670), frammento 347

A cosa serve la filosofia? In che modo lo studio - inteso anche e soprattutto nel senso etimologico di attività intellettuale condotta con passione e dedizione assoluta - può essere d’aiuto di fronte ai turbamenti dell’esistenza? Sembrano essere queste alcune delle domande universali sottese alla storia raccontata nel quinto film della regista francese Mia Hansen-Løve. Quesiti che la protagonista de Le cose che verranno, Nathalie (Isabelle Huppert), non si pone mai in maniera diretta ma che sentiamo echeggiare nella sua mente, intorno a lei, mentre si trova a dover fronteggiare i casi della vita e un improvviso momento di smarrimento personale, intenso a tal punto da farci credere - nonostante la non più giovanissima età della protagonista - che sia per lei la prima volta: che per la prima volta questo essere umano si trovi faccia a faccia con l’imprevedibilità dell’esistenza.
Non sappiamo come abbia vissuto Nathalie prima del momento in cui la incontriamo. Serenamente possiamo supporre, dal modo in cui sembra muoversi dentro gli spazi familiari che la vedono protagonista: la scuola, la famiglia, la sua attività di ricerca filosofica. Un passato permeato di idealismo giovanile, ora la donna si dedica con convinzione a insegnare agli studenti come ragionare con la propria testa, proponendo loro l’opera di autori che stimolino il confronto e la discussione. La sua vita scorre tra il marito, i due figli, una madre che necessita di attenzioni continue e la sua dedizione al pensiero filosofico. Ma all’improvviso tutto cambia e Nathalie si trova padrona di un’inaspettata e inusuale libertà.
Il sempre più sottile e iconico corpo della Huppert riflette lo scorrere di un’esistenza attraversata da una passione bruciante per l’indagine filosofica e per l’insegnamento; attività solitarie, nella loro dimensione individuale di ricerca, e al tempo stesso fortemente relazionali, nel momento di incontro e condivisione con gli altri, con gli studenti.
Un’esistenza quella di Nathalie divisa a metà. Apparentemente risolta nella scelta di volgersi definitivamente verso una dimensione intima e introspettiva, nonostante gli echi di esperienze di militanza politica e partecipazione attiva, vissuti probabilmente come un amore di gioventù, la donna vive l’esperienza del mondo esterno attraverso la proiezione, dissimulata protesi intellettuale e fisica, rappresentata dai suoi studenti, apparentemente piccolo contraccambio, orgogliosamente meritato, a fronte della decisiva, fondamentale opera di trasmissione del sapere che compie con le lezioni che tiene e i libri che pubblica.
Nella prospettiva di questa sorta di sdoppiamento, Nathalie si trova maggiormente esposta al rischio di un’astrazione e un isolamento che le risultano inaspettatamente fatali rispetto alla realtà che vive.
Ecco che i suoi amati libri vengono messi in discussione su imbarazzanti temi di marketing e grafica delle copertine. I colori pop che le vengono proposti per rinnovare l’immagine della sua rigorosa collana di classici della filosofia diventano triste presagio di cambiamenti non voluti, con i quali dovrà inevitabilmente confrontarsi. Ciò che le accade “all’improvviso”, sconvolgendo il lento fiume tranquillo della sua esistenza, le era forse accanto già da tempo, senza che Nathalie se ne rendesse conto. O forse no? Qui la Hansen-Løve cede all’ambiguità, a una sospensione che lascia risolvere alla modalità stessa del suo cinema. I dialoghi non si incanalano nel preciso dibattito filosofico, sempre in bilico tra carnalità e vagheggiamento, come avviene nei film di Rohmer. Come nel suo film più autobiografico, Un amore di gioventù, come in Eden, i protagonisti agiscono lasciandosi trasportare da eventi collaterali, in una dimensione liquida dell’esistenza dove i traumi individuali vengono attutiti dal lavorio del tempo e delle occasioni, e la dimensione individuale ritrova le coordinate di una sopravvivenza sostenibile nella relazione, più o meno asettica, più o meno brutale, con il mondo che la circonda.
Ciò che accade a Nathalie quando veniamo a conoscerla, in realtà, ha e non ha a che fare con la sua volontà o con il suo modo di vivere. La morte, l’abbandono, con modi e tempi diversi, sono eventi che attraversano la vita di ciascuno, e difficilmente vi si può sfuggire. Difficilmente si possono prevedere o prepararsi ad affrontarli.
In tal senso, non può non venire in mente l’altro personaggio ultracorporeo che abbiamo visto recentemente interpretato dalla Huppert, la Michel di Elle, dove, anche se in maniera parossistica, ritroviamo molte delle istanze umane di insofferenza e cambiamento presenti nel personaggio di Nathalie. Nel film di Verhoeven esse vengono tuttavia proiettate verso l’esterno, come nella letale strategia di difesa e attacco di un riccio, assecondando e interiorizzando il furore e la violenza di un passato e di una società in preda al delirio di onnipotenza, sempre in bilico tra titanismo e frustrazione, rispetto alla quale non esistono, o forse sono stati rimossi o espulsi, possibili anticorpi difensivi, strumenti umani di comprensione della realtà, proprio come la pratica filosofica.
Altro personaggio anagraficamente vicino a Nathalie è l’indomabile Clara (Sonia Braga) di Aquarius di Kleber Mendonça Filho. Ancora una donna avanti con gli anni che si trova a dover fronteggiare una realtà che cambia brutalmente senza tenere conto della sensibilità del singolo individuo. Individuo, essere umano rappresentato da figure femminili che difficilmente tradiscono i segni del tempo, al di là di qualche ruga sul volto. L’animo è intatto e fiero per passione e carattere, non per resistenza, e proprio per questo maggiore appare lo sfregio con il quale vengono minacciate. Ma ognuna di esse alla fine reagisce, proprio grazie a quella sensibilità ignorata e travolta, attraverso gli strumenti che la vita, la storia, la memoria ha consegnato loro. Così Clara, piena di un passato di energia e dolore, di gioia e solitudine, di estasi e accettazione, non può che affrontare di petto questo mondo che cambia, quasi mai in meglio.
Nathalie invece soffre goffamente, sedando da principio il dolore, per poi dibattersi istericamente e ripiegarsi su se stessa, finché un ultimo sforzo, a scuotere visibilmente l’esile quanto invincibile corpo della Huppert, la riporta a una dimensione primigenia di tabula rasa (la posizione fetale in cui la troviamo addormentata nel parco), dalla quale si risveglia per proiettarsi, gradualmente - senza forse la radicalità di una rivoluzione inesprimibile nell’alveo borghese al quale comunque appartiene - verso una nuova modalità di ascolto del mondo, di ricezione quasi infantile, di rimessa in discussione di se stessa - non sempre possibile, non sempre accettabile - ma che comunque decide di abbracciare, senza (quasi) più riserve, senza (forse) paura.
È forse qui il momento di svolta per quella che può certamente essere intesa come un’implicita, non importa quanto inconsapevole, assunzione della dimensione filosofica dentro se stessa.
Perché è questo che accade, quando riflessioni e dibattiti sul senso dell’esistenza, su temi universali quali giustizia, libertà, conoscenza di sé, che accompagnano la ricerca di una vita, escono fuori dalle riflessioni teoretiche per trascinarci di nuovo in mezzo alle correnti aperte dell’esistenza, dove non c’è riparo, tra una ballata di Woodie Guthrie e il cantar sull’acqua di Schubert.


CAST & CREDITS

(L’Avenir); Regia: Mia Hansen-Løve; sceneggiatura: Mia Hansen-Løve; fotografia:Denis Lenoir; montaggio: Marion Monnier; interpreti: Isabelle Huppert, André Marcon, Edith Scob, Sarah Le Picard, Yves Heck; produzione: CG Cinéma, Detailfilm, Arte France Cinéma; distribuzione: Satine Film; origine: Francia, Germania, 2016; durata: 102’


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