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Le Sac de Farine

Pubblicato il 11 novembre 2012 da Annalaura Imperiali

VOTO:

Le Sac de Farine

Cerchiamo innanzitutto di tracciare il quadro della situazione: siamo ad Alsemberg, villaggio nella provincia del Brabante Fiammingo belga, nel 1975. Sarah, la piccola protagonista di quest’avventura a cavallo tra Belgio, Francia e Marocco, ha otto anni, vive come ogni altra bambina del luogo tra giochi e graduale inserimento nella società che la circonda e, soprattutto, studia in una collegio cattolico. Ma, a differenza di tutte le sue coetanee, Sarah è orfana. Un giorno il padre biologico, che lei non aveva mai saputo di avere e che quindi è a tutti gli effetti un perfetto sconosciuto, la va a prendere parlandole dell’imminente partenza per un fine settimana a Parigi. Ma, quando la piccola si risveglia, ella si trova direttamente in Marocco all’interno di uno sperduto paesino tra le montagne dell’Atlas. La storia continua tra gli sguardi della giovanissima bambina persa tra le credenze, le usanze e le caratterizzazioni socio-culturali completamente diverse da quelle a cui è da sempre stata abituata, fino al momento in cui Sarah si sveglia al mattino, è ormai una diciassettenne e viene abbandonata dalla famiglia, a cui era stata affidata da parte del padre, che non può più permettersi di mantenerla vivendo in una condizione di quasi assoluta povertà. Costretta a trovare un modo per guadagnarsi da vivere il prima possibile, Sarah vive tra le difficoltà del quotidiano, sola, consapevole di essere sconsolata ma pur sempre forte nel pensiero cardine che la guida dal profondo: mai smettere di sognare il ritorno in Belgio e la libertà che da quasi dieci anni le è improvvisamente venuta a mancare.

Forse, a partire da un film come Le sac de Farine, bisogna allargarsi per fare una riflessione più approfondita sul cinema del mondo arabo che ormai svetta tra le produzioni internazionali sul grande schermo.

Non può risultare casuale la ripetitività con cui il cinema che viene prodotto, studiato, pensato o semplicemente fatto tra il Maghreb, l’Arabia Saudita e i paesi ad essi limitrofi parla della problematica delle donne. Donne giovani e grandi – si pensi a Redacted di Brian De Palma - donne piccole – si pensi a Wadjda di Haifaa Al Mansour, presentato all’ultimo Festival del Cinema di Venezia. Donne che, insomma, ognuna nel proprio, sentono l’inferiorità che culturalmente le caratterizza, lo sfruttamento che troppo spesso altri commettono nei loro confronti, la chiusura da parte del mondo nei riguardi del solo fatto di essere delle donne. Donne che, in una sola parola, soffrono; e sembra proprio che non ci sia alternativa e che questo sia il loro unico destino dal momento in cui vengono messe al mondo al momento in cui se ne vanno da esso in silenzio, spesso senza lasciare traccia.

Le Sac de Farine parla, come tanti altri film, proprio di questo: degli occhi pieni di lacrime di una donna costretta a ciò che non vuole, del paesaggio arido e brullo in cui è sempre costretta a vivere (e anche qui non si può non far riferimento ad un altro film presentato allo scorso Festival del Cinema di Venezia, Yema di Djamila Sahraoui), del sogno di libertà che Sarah, e molte come lei, ha e che sembra sempre più lontano da raggiungere. Ma non c’è bilanciamento, il prezzo da pagare è sempre lo stesso, sempre troppo basso, sempre inutilmente vano.

“Un sacco di farina”, citando proprio il fulcro del messaggio che la regista Kadija Leclere ha voluto trasmettere al suo pubblico, si toglie facilmente ad una donna, pur se ne ha assoluto bisogno, ma al contempo non si riempie altrettanto facilmente per la stessa, che proprio per questo motivo conduce un’esistenza che più che vita si deve definire sopravvivenza.


CAST & CREDITS

(Le sac de farine) Regia: Kadija Leclere; soggetto e sceneggiatura: Kadija Leclere, Pierre-Olivier Mornas; fotografia: Gilles Porte; montaggio: Virgine Messiaen; musica: Christophe Vervoort; scenografia: Françoise Joset; costumi: Essouci Zakia; interpreti: Hiam Abbass (Yasmine), Mehdi Dehbi (Nari), Hafsia Herzi (Sarah), Kadija Leclere (La Madre di Sarah), Souad Sabir (Zeina), Smaïn (Il Padre di Sarah); produzione: Gaetan David, Samy Layani, André Logie; origine: Belgio – Marocco – Francia, 2012; durata: 90’.


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