Lego Batman

“La vita non ti dà cinture di sicurezza!” è la versione batmobile de “La vita non ti dà spondine!”, insegnamento base di Ethan Hawke al figlio Ellar Coltrane nel celebre film di Linklater girato durante 12 anni di vita dei protagonisti, montando momenti della vita reale, con i relativi cambiamenti fisici e comportamentali, sullo scheletro di una ben sceneggiata storia di coming of age. In Lego Batman e in Boyhood, con registri diversi naturalmente, compaiono di volta in volta fantasmi di modelli di famiglia tradizionale, alternativa, disfunzionale che, nelle diverse rappresentazioni cinematografiche, hanno fatto la fortuna dei festival indipendenti. Ethan Hawke è il padre che cerca, a modo suo, di tenere vivo il rapporto con i propri figli nonostante la conclusione del rapporto con la moglie, il premio Oscar Patricia Arquette. La donna, impegnata nella crescita dei figli e nel percorso personale di ricerca di una propria autonomia e dignità sociale, tra sacrifici, errori e qualche significativo traguardo professionale, riesce a tenere unita la famiglia, anche grazie alla capacità, condivisa con il marito, di restare umani nel loro seppur conflittuale rapporto.
Perché questa lunga digressione su un altro film? Perché Lego Batman è sì un film per bambini, dove i più piccoli non potranno non divertirsi seguendo le gesta acrobatiche dei personaggi classici DC nella versione dell’amato pupazzetto lego, ininterrottamente spruzzate di ironia apprezzabile a velocità diverse, ma anche un film per young adults, categoria centrata in pieno dal Batman cinematografico, la cui ormai celebre rigidità - al cinema variamente interpretata da più o meno sofisticati o imbolsiti addominali - diventa metafora di un rapporto freudianamente irrisolto con gli altri.
Boyhood è forse il più raffinato tra i riferimenti, mentre vengono enunciati, nella divertente gag dei film via internet nella sala-cinema privata della batcaverna, non senza una certa tragicomica goliardia d’appartenenza, i discorsi, ben più edulcorati e semplificati, sul tema dell’irrisolutezza (in questo caso tutta maschile) di una generazione, che hanno fatto la fortuna al box office della commedia romantica americana anni ’90. I cinefili più o meno accaniti potranno sentirsi confortati nel riuscire a individuare le citazioni sparse dei più celebrati luoghi comuni, tra mitologia e dura realtà, riguardanti la condizione esistenziale del trenta-quarantenne, anche cinquantenne (per l’ormai conclamato principio fisico di dilatazione delle ere anagrafiche) contemporaneo, ancora alle prese con, nell’ordine: egotismo spinto, incapacità di relazionarsi agli altri, rifiuto di vedere la realtà per quello che è, fuga nelle proprie autoreferenziali certezze e ricordi d’infanzia, difficoltà a dire ti amo (in questo caso alla migliore ossessione di sempre, il vecchio Joker), confronto con alter ego femminile, “amore platonico” cit., cazzutissima Barbara Gordon. Batman insomma tra la insopportabile e tenera Charlize Theron di Young adult, film del 2011 di Jason Reitman, e la goffagine bonacciona di Santamaria, azzeccata inespressiva voce del doppiaggio italiano, ne Lo chiamavano Jeeg Robot. Prevedibile ed efficace agli occhi dei bambini, grandi e piccoli, la deriva ecumenica del finale, in pieno stile costruttivista commercial-filantropico del noto produttore di giocattoli danese.
(The Lego Batman Movie); Regia: Chris McKay sceneggiatura: Seth Grahame-Smith; montaggio: David Burrows; musica: Lorne Balfe; produzione: Animal Logic, Animal Logic, DC Entertainment; distribuzione: Warner Bros.; origine: USA, 2017; durata: 90’.
