Piccole bugie tra amici

Sono tematiche importanti quelle che affronta Les petits mouchoirs, il film che Guillaume Canet ha presentato fuori concorso alla 5° edizione del Festival del film di Roma. L’amicizia, la morte, la lealtà e una approfondita descrizione dei rapporti interpersonali sono infatti alla base di un’opera probabilmente non originale per tematiche e contenuti (Il grande freddo è arrivato prima di lei), ma senza dubbio gradevole per vivacità e purezza. Due caratteristiche quest’ultime che contribuiscono, e non poco, a rendere sostenibili allo spettatore una visione lunga – 2 ore e 34 minuti di film – ma partecipe, in cui emerge in maniera evidente l’appassionata voglia del giovane regista transalpino di affrontare determinate tematiche e la sua intima relazione con le vicende descritte. La storia è di quelle semplici, al primo impatto banali. Un gruppo di amici decide di trascorrere egualmente la consueta e annuale vacanza estiva nella residenza di uno di loro, nonostante un altro membro del gruppo sia ridotto in fin di vita a causa di un incidente stradale. A fare la differenza e a rendere quanto meno interessante una storia scarna ed essenziale come quella appena descritta è però l’affresco di una convivenza vissuta nella continua alternanza di gioia e tristezza, di momenti esaltanti che si contrappongono a improvvisi cali di umore dovuti alla presenza assenza dell’amico degente, ma soprattutto alle singole problematiche che ognuno di loro è chiamato ad affrontare. C’è chi ha problemi di cuore, chi di nevrosi compulsiva, chi non riesce a trovare una dimensione e si agita continuamente, chi addirittura deve fare i conti con una omosessualità scoperta casualmente solo dopo essersi innamorato di un altro membro del gruppo. Ci sono personalità differenti in quella casa, ci sono uomini in conflitto con se stessi e con il mondo, ma quel che più conta ci sono amici che non riescono a comunicare tra loro se non nel momento del divertimento. Si amano visceralmente Marie, Max, Vincent, Eric e gli altri, anche se di fronte alle proprie intime debolezze preferiscono trincerarsi dietro il silenzio, la finzione di un sorriso o, peggio ancora, dietro una bugia riparatrice. La particolarità del film e probabilmente del suo successo risiede nella capacità di sottolineare con forza le differenze tra questi momenti, la netta separazione tra l’attimo della piacevole comunione del gruppo e quello della sua deflagrazione in numerosi e distinti percorsi di drammatica individualità. Canet gioca continuamente su questo filo invisibile che separa il drammatico dalla ilarità e riesce con estrema precisione, così come faceva il Cassavetes tragicomico dei film migliori (ma anche lo stesso Kasdan nella sua opera o, addirittura, se vogliamo il Verdone di Compagni di scuola), a restituire sensazioni, volti e reazioni umane estremamente veritiere. Questo grazie alla partecipazione di cui si accennava in precedenza e al coinvolgimento di un autore che con la sua nuova fatica ha espressamente voluto mettere a nudo una buona parte della propria personalità, nonché una debolezza artistica abbastanza evidente per un tipo di cinema di stampo “anglosassone”, dall’approccio meno cervellotico (e autoriale) ma più istintivo (e accattivante). Per questo forse Canet decide di scomparire dal film. Per agevolare, nel rispetto di una concezione di cinema che non è proprio quella dei padri, una evoluzione della storia che sia più naturale possibile. Da cui è solo e soltanto il personaggio ad emergere e non il tocco magico dell’adorato cineasta. C’è da dire, a tal proposito, che probabilmente senza la vena artistica del suo cast Canet non avrebbe ottenuto un risultato altrettanto brillante. Sono infatti gli attori i veri protagonisti della scena. Tutti estremamente puntuali, ispirati, attenti nel saper restituire tante differenti angolazioni con le quali permettere allo spettatore di scrutare minuziosamente l’animo dei personaggi loro assegnati, la profondità che li caratterizza, le debolezze e i vizi che li deformano. La loro forza e la loro ipocrisia. Sono i mattatori assoluti dietro cui Canet nasconde una regia “silenziosa”, pensata e realizzata con l’intento di lasciar udire allo spettatore le emozioni provocate dal loro talento e di far percepire anche i più flebili sussulti di una scrittura squisita. Anch’essa ovviamente lasciata al servizio dell’istintività attoriale dei vari Cluzet, Lellouche, Cotillard. Tre nomi che ci sono sembrati, anche se di poco, superiori agli altri. Les petits mouchoirs è un film delizioso, divertente, spassoso, tragico e commovente allo stesso tempo. E’ un’opera che fa riflettere lo spettatore attraverso gli strumenti più semplici e che lo mette davanti a tutte quelle incongruenze, quelle storture, quelle piccole deviazioni di cui anch’egli è vittima nella quotidianità. Ma oltre a mostrare i lati deboli dell’essere umano medio il film di Canet ci dice anche che, in un modo o nell’altro, si può rimediare agli errori di una vita, insegnando come a volte non sia tanto la risata di gruppo a fare la differenza nel rapporto di amicizia ma il pianto e la sofferenza condivisa.
(Les Petits Mouchoirs) Regia: Guillaume Canet; soggetto e sceneggiatura: Guillaume Canet; fotografia: Jean Claude Lother; montaggio: Hervé De Luze; scenografia: Philippe Chiffre; costumi: Carine Sarfati; interpreti: Marion Cotillard, François Cluzet, Benoît Magimel, Gilles Lellouche, Jean Dujardin, Pascale Arbillot, Valérie Bonneton, Louise Monot, Laurent Lafitte; produzione: Les Productions du Trésor, EuropaCorp; origine: Francia; durata: 154’; web info: http://www.lespetitsmouchoirs-lefil....
