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Lomo-tion, cowgirls e blues

Pubblicato il 26 agosto 2011 da Emiliano Paladini


Lomo-tion, cowgirls e blues

Anche le cowgirls hanno cominciato col blues. Ma questo si sa da Cowgirl In The Sand in avanti (Neil Young, 1969), preferibilmente, ma è questione di gusti, nella sua versione elettrica, live, inventata, interminabile, il cui atteggiamento di chitarra elettrica sarà maestro di generi fino ai giorni nostri. Magari di quei concerti del marzo del ’70 al Fillmore East, con Miles Davis che, diciamo così, sbirciava gli ultimi accorgimenti per elettrificare classici passaggi della storia della musica americana nel suo nuovo disco (Bitches Brew, dopo di che in musica il salto tecnologico maggiore è rappresentato dalla proto-digitalizzazione in The Dark Side Of The Moon). E dell’esito di quei concerti del Fillmore East, proporzionalmente la storia potrebbe essere questa: Neil Young acclamato, Miles Davis fischiato (per la sua forse prima, ma sicuramente ultima volta in assoluto davanti a una platea di rockers); come quando Roger Waters suonava nei palazzetti pieni e contemporaneamente i Pink Floyd negli stadi stracolmi. In tutti i casi, si tratta più della costruzione e del rafforzamento di ognuno la propria immagine, che di altro. Di scelte di settings, di ambienti e di ricchezze diverse; di un ragionamento differente sulle tecniche di comunicazione e collocazione del proprio lavoro, molte volte e più di ogni altra cosa: è questo il punto, ad ogni modo - anche le cowgirls hanno cominciato con il blues, e Roger Waters (con Robert Plant il preferito da Tori Amos, si dice) ha messo un punto sensazionale alla scena neo-swing trasformando Outside The Wall da litania delle isole britanniche a pezzo swing da club, come Bruce Springsteen in molti dei brani brit-folk nel Pete Seeger Sessions album. E se proprio si insiste, The Wall è la colonna sonora del primo videogame psycho-ultraviolent della post-modernità, o il primo videogame psycho-ultraviolent esso stesso, a seconda di come si considera l’opera dei Pink Floyd del 1979 - la cui considerazione storiografica porta evidentemente a confini inimmaginabili. Tra l’altro è poi proprio questo che determina una disposizione di genere completamente diversa tra per esempio Lydia Lunch (circolo Magnolia, Milano, 31 marzo 2011) e Patti Smith, nonostante la pressoché analoga derivazione o provenienza delle due (la scena newyorkese), nonostante la consonanza di tematiche e di mezzi espressivi (musica, poesia, fotografia, cinema), e nonostante il comune denominatore di entrambe le artiste americane racchiuso sotto la volubile dizione punk, la cui prima comparsata è tra le note di copertina di un Frank Zappa del ‘68, poi con gli Stooges e la loro musica in alcune loro variabili più pop determinate da alcuni studi sull’elettricità di John Cale coi Velevet che li tirò fuori, e poi a seguire i New York Dolls, i Ramones, e la summa iconografica one-and-only implacabile e irripetibile di genere dei Sex Pistols (ma poi Johnny Rotten inventerà un’altra cosa) - ora però parte una storia maggiore e verosimilmente conclusiva per il punk e la sua evoluzione, se i Metallica sono un’evoluzione del genere punk a sua volta partito con Iggy Pop, gli Stooges e John Cale che era nei Velvet Undergroung con Lou Reed, se Lou Reed fa partire davvero un progetto coi Metallica. Ma chiaramente le arie, le liriche e l’immagine complessiva della Lunch è più primordiale e in qualche modo sanguinolenta, ammiccando al dark neogotico di artisti come Diamanda Galas e Orlan, se considerata in parallelo con quella di Patti Smith. Ma di fatti si parlava all’inizio di impatto visivo, anzi di impatti visivi e di costruzione di immagine. E di questo si prosegue a parlare.
Ora, come si costruisce un’immagine lo sanno tutti - il modo più semplice è un disegno. Molti comunque sono gli apparecchi che si possono utilizzare. E molti di questi da uso per casa, tipo la Polaroid, sono diventati strumenti per la creazione di immagini particolari in produzioni standard professionali. La Polaroid è solo un esempio. Ed è tra l’altro un esempio di come un tipo di formato video (sviluppo di pellicola innanzitutto, però), anche se still video, diventa genere di proposta artistica. Potrebbe cioè essere azzardato, ma oramai Polaroid è come dire impressionisti, un modo di riprodurre la realtà; così come lo stereoscopio e il True Video, nati come apparecchi o pellicole (è film la parola ambigua) - hardware o software, si direbbe in linguaggio informatico - e diventati modalità e genere. Ma anche qui, volendo, l’impressionismo è nei fatti un apparecchio (o un software) nuovo per riprodurre la realtà, il marchingegno alla moda che crea un genere. Il Super 8 (pellicola a 8 mm) è un altro. In Super 8 sono stati realizzati un sacco di clips di genere indipendente tipo Mark Romanek coi Sonic Youth, i Nine Inch Nails e altri. E pure tutta una serie di piccoli inserts a effetto ma soprattutto occasionali per pellicole di gran successo cinematografico (pellicola da 35 mm: il cinematografo, appunto, ma i formati vanno da 90 a 3 mm, e sono molti) tipo The Doors o Assassini Nati in alcune loro parti, sfruttando le caratteristiche specifiche del mezzo a 8 mm (Video 8, handycam, camcorder e il digitale di conseguenza sono un’altra cosa, relative alla risoluzione a video, più o meno legate alla definizione del monitor e non alla pellicola che tende a scomparire col tempo così come il cash nei confronti delle carte di debito o di credito). Ma ok, se si vuole parlare di costruzione di immagini molte volte fantastiche ora c’è anche la lomografia.
Lomo è una ditta che si inserisce all’interno del glorioso panorama della fotografia russa (Zenit), anche se in realtà oggi la fotografia russa è fotografia ukraina, se la Kiev 10 sembra essere stata la prima automatica a priorità di tempi e se Charkov, a sud di Kiev, è stato uno dei centri di produzione più attivi a riguardo. Lomo è quindi una ditta che produce macchine fotografiche il cui utilizzo è intuitivo come quello di una Polaroid, e che come la Polaroid (o Eastman Kodak volendo) e a seguito di un fondo austriaco che ne tutela la diffusione nel mondo e il marchio (Lomography), ha dato il via a un genere di produzione di immagini caratteristiche dal piccolo formato, in questo caso, e dai caratteristici colori spalancati grazie alle particolari lenti brevettate Lomo LC-A il cui effetto ottico è molto vicino alla resa digitale del colore naturale. Lomo produce macchine che sono modellini di design dal basso costo, dall’utilizzo assolutamente accessibile a qualunque livello di intendimento fotografico, ma che in più uniscono all’idea di uno scatto estroso (il wall del bistrot dell’Hangar Bicocca, centro per l’arte contemporanea a Milano, è interamente tappezzato di scatti in lomo), il piacere di un divertimento nell’avere tra le mani un tentativo semplice di svago intelligente. Di fatto tra i modelli prodotti, e tra quelli a costo inferiore, c’è un apparecchio a tre/quattro obiettivi incorporati in grado di dare dello stesso soggetto l’immagine fotografica in movimento immortalata in tre o quattro scatti a seconda della dotazione di obiettivi della macchina acquisita. E proprio come Polaroid, Lomo diventa il nome non di una macchina fotografica ma di un genere fotografico, e ora di un vero e proprio movimento di sperimentazione video, foot-o-graphic, anzi, come il reportage e le «lacrime nere» della genesi di un genere dell’arte contemporanea, o foot-age («ma non era qui che», ma siamo arrivati alla fine?), ai piedi di una nuova età dell’arte contemporanea per nuove gloriose shooting stars: la confessione di una visione nuova e soprattutto immagini confessate e ripulite per una nuova arte - anche le cowgirls hanno cominciato con la musica blues.


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