Maghi e viaggiatori

Thiense Norbu torna al cinema, dopo il ben più prevedibile La coppa, con una pellicola che non può non apparirci più matura ed interessante. Della sua opera prima il regista conserva il gusto per un racconto piano, senza particolari impennate formali e virtuosismi di macchina, ma, soprattutto, mantiene la propria vocazione a costruire le proprie storie come fossero degli apologhi esemplari di virtù e poesia. Maghi e viaggiatori è la doppia storia di una crescita interiore. La prima storia è quella di un giovane funzionario del governo che sogna di un mondo migliore (da lui identificato nell’America) e che, non appena riceve comunicazioni da un suo amico immigrato, non si preoccupa di lasciare il proprio posto di lavoro per buttarsi in un viaggio avventuroso. La seconda storia, che un monaco buddhista racconta al giovane protagonista per intrattenerlo durante la lunga marcia verso l’aereoporto, è quella di un giovane scapestrato obbligato dai genitori a frequentare una scuola di magia, che, grazie ad una pozione realizzata dal fratello, si ritrova a vivere disavventure terribili in una terra fatata. Mentre il funzionario è costretto, gradualmente, a fare i conti con la propria coscienza e a realizzare che la fuga dal proprio villaggio non risolve alcunchè, dal momento che non si può mai fuggire da se stessi, l’apprendista mago si trova coinvolto in una relazione amorosa con una giovane fanciulla, sposata ad un uomo molto più anziano di lei. Entrambe le vicende confluiscono nel medesimo apparato morale/filosofico che si lega profondamente alla visione buddhista del mondo e che vede nel superamento della propria egoicità il primo passo per raggiungere una felicità duratura e appagante. Il regista delega alla parte contemporanea tutta la carica esemplare del racconto concentrando, nel viaggio ripetitivo e stancante dei suoi personaggi, tutta la sua vocazione ad un racconto quanto più possibile minimale e piano. Il linguaggio della macchina da presa è discreto e per niente invadente, la fotografia è realistica, mai scenografica malgrado il trascorrere di scorci paesistici di inaudita bellezza, e la narrazione procede per stacchi semplici di piana linearità. Per contro la parte favolistica appoggia tutta la sua efficacia in una messa in scena più nervosa, con uso di una fotografia sovraesposta e saturata che tende a trasformare le immagini in piccoli quadri spesso affascinanti. Rispetto al citato La coppa, il film si segnala per una maggiore capacità di gestire il linguaggio della macchina da presa, alla ricerca di una poesia semplice, ma non per questo banale. Certo, all’occhio di un occidentale il discorso filosofico soggiacente alla pellicola può apparire posticcio e banale, e le dinamiche del racconto e l’impostazione della messa in scena possono apparire ancora troppo vicine a certa televisione da prima serata, ma in verità non bisogna dimenticare che questo film è frutto finale di una civiltà millenaria che ha fatto della semplicità il proprio punto di partenza e di arrivo al tempo stesso. Per questo ci pare che Maghi e viaggiatori sia da considerarsi come il secondo capitolo di un percorso dalla banalità alla semplicità, il secondo tassello di una sempre più matura conquista espressiva.
(Chang hup the Gitril Nung); regia: Khyentse Norbu; sceneggiatura: Khyentse Norbu; fotografia: Alan Kolowski; montagio: John Scott, Lisa-Anne Morris; musica: Dechen Dorjee, Jigme Drukpa, Ben Fink; interpreti: Tshewang Dendup, Sonam Kinga, Sonam Lhamo, Deki Yangzom; produzione: Malcom Watson, Raymond Steiner per Prayer Flag Pictures; distribuzione: BIM Distribuzione
[settembre 2003]
