Maria Stuart

Roma, Teatro Argentina – Ciò che rende immortale l’arte romantica è un marcato individualismo unito ad una continua tensione verso l’infinito in cui un uomo, di qualsiasi tempo, riesce sempre e comunque a rispecchiarsi. Questo accade anche in un dramma come Maria Stuart di Schiller. Poco importa, difatti, che la vicenda sia in realtà un clamoroso falso storico – l’incontro/scontro tra le due sovrane, perno centrale dell’opera, non ha mai avuto luogo - poiché l’appiglio al reale è un pretesto per mettere a nudo, sulla scena, dei particolari aspetti della natura umana, per definizione, immutabile. Del resto la contestualizzazione storica – gli scontri religiosi tra cattolici e protestanti all’indomani della scissione della Chiesa Anglicana erano tutt’altro che una fantasia - è necessaria affinché il dramma non si riduca ad una semplice disputa tra due donne – peraltro, in un certo senso, complementari - invidiose l’una dell’altra; tanto più che le forti implicazioni politiche presenti nel dramma, di fondamentale importanza non solo all’epoca della sua ambientazione e della sua scrittura – nel periodo della costituzione delle moderne identità nazionali una figura come Elisabetta I assurge a vero e proprio simbolo - continuano a rimanere di bruciante attualità ancora oggi. Mirabile è il modo in cui Schiller, con acume e sensibilità, delinea gli antitetici personaggi delle due regine in un sofisticato complesso di sfumature che gettano luce tanto sui loro rispettivi ruoli nella sfera pubblica quanto nella loro dimensione più intima e privata, senza giungere mai a facili semplificazioni. Se, infatti, Maria Stuart corrisponde in tutto e per tutto all’immagine dell’eroina romantica, anche il personaggio di Elisabetta, in apparenza negativo, lungi dall’essere soltanto un’arida e gelida monarca, lascia trasparire una profonda complessità psicologica.
Maria Stuart è dunque un testo che offre a chiunque decida di cimentarvisi un’eccellente e feconda materia prima su cui lavorare. Materia prima che il regista Andrea De Rosa sembra aver saputo plasmare sapientemente. Afferma De Rosa nella sua nota di regia: ‘[…] la storia che abbiamo davanti, sembra dirci Schiller, ci mostra dei personaggi che vanno ascoltati più che indagati’. Proprio in quest’ottica la rappresentazione offre una serie di scelte forti ed efficaci. Tanto per cominciare fortunatissimo è il sodalizio con il traduttore Nanni Balestrini, capace di trasformare l’inevitabile anacronisticità dei versi di cui l’opera si compone, in un linguaggio semplice, diretto, penetrante, e per questo ‘senza tempo’, mantenendo intatta l’essenza più profonda del testo. Le parole si fanno vivide e spontanee nella splendida interpretazione delle due attrici: da una parte una Frédérique Liolée vulcanica, spumeggiante che regala al pubblico una Maria insolita e irresistibile grazie anche al suo accattivante accento francese, dall’altra un’Anna Bonaiuto algida e solenne, e tuttavia umana, nei panni della monarca vittima di se stessa. Infine, degno di particolare menzione è l’essenziale, ma di straordinario effetto, impianto scenografico. Tramonti ha concepito, infatti, la copresenza di due palchi: uno, quello vero, ‘ufficiale’, in cui agisce il potere, Elisabetta, e un altro più piccolo, che invade la platea, in cui è relegata Maria, come a segnare un marcato confine tra i due mondi. Qualche contatto è sì possibile ma è destinato comunque a fallire. Il tutto è reso ancora più prezioso dai suggestivi giochi di luce di Pasquale Mari, collaboratore ‘storico’ di De Rosa, e gli originali costumi di Ursula Patzak.Il risultato è una messa in scena originale capace di catturare l’attenzione dello spettatore per due ore di fila. Uno spettacolo di prosa coinvolgente ed avvincente che si colloca perfettamente nel delicato confine tra tradizione e innovazione.
Autore: Friedrich Schiller; Traduzione: Nanni Balestrini; Regia: Andrea De Rosa; Interpreti: Anna Bonaiuto, Frédérique Loliée, Alessandra Asuni, Flavio Bonacci, Massimo Brizi, Andrea Calbucci, Fortunato Cerlino, Nunzia Schiano. Antonio Zavatteri; Scene: Sergio Tramonti; Costumi: Ursula Patzak; Luci: Pasquale Mari; Suono: Hubert Westkemper.
