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Mid90s - Panorama

Pubblicato il 10 febbraio 2019 da Matteo Galli

VOTO:

Mid90s - Panorama

Dopo una decina d’anni di sana gavetta, tanti ruoli minori in film comici, qualche sceneggiatura, Jonah Hill ebbe nel 2013, a trent’anni, la possibilità di coronare un suo antico sogno, quello di recitare in un film di Martin Scorsese. Il ruolo di Donnie Azoff in The Wolf of Wall Street, - per il quale, come ha più volte ribadito, volle accontentarsi della sola paga sindacale, tale e tanta era la soddisfazione di avercela fatta a lavorare col proprio idolo, per soprammercato accanto a Leo Di Caprio – gli valse la candidatura all’Oscar come migliore attore non protagonista, poi non vinse, né quel film prese una statuetta (era candidato per cinque). Era la sua seconda candidatura perché due anni prima, sempre nella stessa categoria, lo avevano candidato per L’arte di vincere (Moneyball), anche lì niente vittoria e neanche quel film prese una statuetta (era candidato addirittura in sei categorie). Chissà, forse Jonah Hill porta sfortuna… Adesso, a 35 anni, dopo aver recitato in una trentina di film (l’anno scorso, sempre qui a Berlino, bravissimo, nel ruolo dello psicanalista new age e gay in Don’t Worry, He Won’t Get Far on Foot di Gus Van Sant), Hill è passato dall’altra parte della macchina da presa, fiero di aver potuto con lentezza imparare il mestiere a fianco di registi importanti del cinema americano, il mestiere a cui fin da ragazzo aspirava, il regista. Intitolato Mid90s il film è stato presentato a Toronto a settembre 2018, è già girato nelle sale statunitensi con un buon successo di critica e di pubblico e adesso arriva in Europa: a Berlino nella sezione “Panorama” e nelle prossime settimane nelle sale tedesche, inglesi e francesi, un’uscita in Italia non sembra prevista. Ambientato a Los Angeles, negli anni di cui al titolo (riportando fedelmente nel soundtrack tutta la – detto fra noi: non memorabile - colonna sonora di allora), il film, non del tutto convincente nella sua ambizione a divenire una time capsule rientra invece a pieno titolo nella categoria coming of age, piccolo romanzo di formazione. E’ la storia di Stevie, un ragazzino tredicenne, che cerca e trova lontano da casa – madre sola, assente e insoddisfatta, fratello più grande palestrato, sociopatico e violento – un peer group di ragazzi più grandi di lui che assai benevolmente lo accolgono, di fatto diventa la loro mascotte. Non che ci volesse tanto a migliorare la situazione: la primissima scena del film, nel corridoio stretto stretto di casa racconta il fracasso di botte che il fratello Ian infligge a Stevie, per impedirgli di entrare nella sua stanza deve regna un ordine seriale e maniacale. Ciò che accomuna il gruppo di cui Stevie comincia a far parte è che praticano lo skateboard (storia eminentemente autobiografica, come ha confessato il regista, ma visto che Hill di recente ha lavorato con Gus Van Sant come non pensare a uno dei film più belli sullo skateboard ossia a Paranoid Park), vissuto come dimensione alternativa alla vita familiare, anche se poi per tutti loro una vita familiare normale non esiste proprio. Stevie all’inizio cade in continuazione, non sembrerebbe in realtà granché portato per lo skateboard, ma pur di uscire di casa e fare amicizia con qualcuno che, seppure almeno all’inizio da una posizione di superiorità, comunque lo considera e lo apprezza, si sottopone a defatiganti training. È sorprendente come in un film dove si contano centinaia di occorrenze di “shit”, di “fuck” (e dove uno dei protagonisti, di soprannome, si chiama appunto “Fuckshit”), di “nigger” ( o “niggo”) e di “faggot”, la sceneggiatura e i dialoghi funzionino abbastanza bene, i giovani attori sono bravissimi e le vicende, comiche e soprattutto drammatiche, risultano capaci di raccontare la crescita di Stevie, interpretato da un giovane attore, super espressivo, con un meraviglioso sorriso infantile e alcune punte di serietà, si tratta di Sunny Suljic che interpretava il figlio minore di Colin Farrell ne Il sacrificio di un cervo sacro. La regia di Hill risponde perfettamente alle convenzioni di certo cinema indie, con tanto di jump cut, di drammaturgia non necessariamente consequenziale, di voluta trascuratezza nella grana delle immagini. Il film presenta anche una specie di metalivello: del gruppo fa parte un ragazzo, bruttarello e pieno di acne, nomignolo: “Fourth Grade”, come a dire “quarta elementare”, che tiene costantemente in mano la videocamera riprendendo gli amici mentre volteggiano sulle tavole, alla fine ci verrà mostrato anche un piccolo video con gli highlights del film che abbiamo appena finito di vedere. Non siamo certo in presenza di un capolavoro, si fa fatica a giustificare l’eccessivo sproloquiare di “ethics of skateboarding” cui indulge Hill parlando a proposito del suo film, ma come film di esordio è più che dignitoso.


CAST & CREDITS

(Mid90s); Regia: Jonah Hill; sceneggiatura:Jonah Hill; fotografia: Chirstopher Blauvelt; montaggio: Nich Houy; interpreti: Sunny Suljic (Stevie), Katherine Waterston (la madre), Lukas Hedges (Ian), Na-kel Smith (Ray), Olan Prenatt (Fuckshit), Ryder McLaughlin (Fourth Grade), Gio Galicia (Ruben); produzione: A 24, Waypoint Entertainment, Scott Rudin Productions; origine: Usa 2018; durata: 85’.


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