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Mille e un film parlati per un atto di primavera

Pubblicato il 25 marzo 2016 da Veronica Flora


Mille e un film parlati per un atto di primavera

“(…) La fine di un viaggio è solo l’inizio di un altro. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si era visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l’ombra che non c’era. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre. Il viaggiatore ritorna subito.”
José Saramago, Viaggio in Portogallo, 1981

“Miseria! Allora è così fortuna? Releghi i più saggi nell’ombra e abbandoni il governo del mondo agli idioti?”. Nel racconto dal titolo “Gli uomini che ce l’hanno duro”, presente nel primo volume de Le mille e una notte – Arabian nights, una straniante prostituta (Luìsa Cruz) - non a caso interprete poi, nell’episodio “Le lacrime del giudice”, di un magistrato sopraffatto da una cancrena sociale inestirpabile di illegalità, corruzione e violenza - commenta così la miseria umana di primi ministri e rappresentanti delle istituzioni sovranazionali che si incontrano in un paese sospeso tra presente e passato, realtà e fantasia, per discutere le misure di austerità che stanno duramente piegando il popolo. In un intreccio di situazioni e dialoghi grotteschi, dagli accenti buñueliani, questi esseri svampiti dal piglio decisionista rivelano tratti imbarazzanti di ottusità, megalomania infantile, impotenza. E’ una delle molteplici riflessioni che affiorano durante il fluire di un film straordinario, intimamente extra ordinem, distaccato dall’ordinario in ogni senso possibile.
Il film di Miguel Gomes esce non senza difficoltà distributive in questo principio di primavera nel nostro paese. Proprio di questa stagione del tempo e dell’animo, evocativa di risvegli e rivoluzioni, l’opera del regista portoghese sembra catturare l’energia vitale, la freschezza e il senso di impermanenza che la rendono inconfondibile simbolo di rinascita, nonostante la drammaticità composta, luttuosa dei fatti narrati, l’imbarbarimento e la poesia che emergono in condizioni estreme, l’autismo sociale, il collasso sincronico e discreto di tutti i microcosmi sociali della nostra società.
La trama familiare e incantata di una delle più antiche favole della storia dell’umanità - sintesi della mitologia diffusa tra lontano e vicino oriente a partire dal decimo secolo a.c. - scandisce, movimentata dalla deviazione controllata di inserti abnormi e vaganti, il tempo della narrazione. Quello limitato della dimensione di un film di circa sette ore composto da tre volumi (Inquieto, Desolato, Incantato) e quello potenzialmente infinito, somma aumentata dei frattali interni al meccanismo narrativo di mise à l’abîme, attraverso il quale il giovane regista compie lo sforzo massimo per un artista: cercare di raccontare la condizione umana, le ragioni della sua sofferenza e la speranza di una via d’uscita, di un rientro battiatamente a “quote più normali”, in una prospettiva utopica di ascolto tra gli esseri umani, le forze della natura, dell’universo.
La vicenda-guida è semplice e fortemente simbolica: la principessa Sherazade, per salvarsi dal sultano che l’avrebbe uccisa dopo la prima notte di nozze, comincia un racconto potenzialmente senza fine che s’interrompe all’alba per ricominciare la notte successiva. Le storie narrate le permetteranno di sopravvivere. Anche se poi alla Sherazade di Gomes (Crista Alfaiate) non basterà la salvezza. Lei vorrà vivere e viaggiare per conoscere il mondo.
La forma de Le mille e una notte presa in prestito per raccontare un paese inarrestabilmente precipitato nella notte nera di una crisi che ci tocca tutti da vicino, attraverso la narrazione di singole storie di uomini, donne, animali, spiriti e qualche fantasma, è la sostanza. E la riuscita in termini di verità e bellezza dell’operazione di Gomes ne è la prova vivente.
Dedicarsi alla visione di un’opera come questa è concedersi il tempo di ascoltare quello che abbiamo da dire su ciò che stiamo diventando ma non riusciamo a esprimere. Perché l’eternità e un giorno in terra di Portogallo hanno molto a che fare con quello che sta accadendo anche da noi. E una sorte comune, nel bene e nel male, viene evocata apertamente dal film per quei paesi - Spagna, Italia, Grecia - cordone ombelicale del Mediterraneo, che condividono lo stesso destino di terra di confine e approdo, porto e scoglio, faro e bastione, spiaggia e strapiombo.
Nello scherzo barocco dell’inversione, nell’ironia del sottosopra, nella forma concentrica e ipnotica della chiocciola, la moltiplicazione degli incipit, la loro sovrapposizione avviano l’opera verso una rappresentazione della realtà stratificata, dolcemente disturbante e imperfetta; intensa nella sua polifonia. Non siamo di fronte alla radicalità del pensiero surrealista, ma se ne avvertono i riflessi come raggi sull’acqua. Inonda inevitabilmente di sé lo schermo la presenza del pensiero filosofico e cinematografico, sempre in bilico tra simbolismo e realismo, di de Oliveira. Venti del Mediterraneo, correnti dal Medio Oriente, echi di Bahia, lambiscono il Portogallo, lo impregnano di sapori, umori, suoni; le culture si mescolano, si stringono, si abbracciano. Viene in mente Napoli. E Fregene, nella scena della balena spiaggiata che richiama l’immagine della manta rinvenuta all’alba da Mastroianni ne La dolce vita. Anche qui un gioco di asincrono, di silenzio e rumori di fondo che fraintendono e confondono il detto e il non detto, un prima e un dopo.
L’apertura del film, in modalità di documentario classico, è il racconto di una prima persona frammentata la cui voce è evocatrice di un ricordo al confine tra infanzia e età adulta. A quattordici anni, le gru del cantiere navale appaiono come mostri giganteschi al nostro narratore che comincia a pensare che nella vita bisogna imparare molte cose, perché il mondo non ha limiti. Piccole gemme di surrealtà cominciano a punteggiare l’imponente impianto testuale di voce off che accompagnerà l’intero film. In uno scenario occupato dal cemento delle banchine del porto e navi da trasporto, operai e marinai appaiono come formichine lontane e apparentemente immobili ma rivolte verso la macchina da presa in uno sguardo in camera di cui percepiamo tutta la prova di dignità della protesta per la chiusura del loro cantiere.
Il film non ha ancora finito di cominciare che lo fa di nuovo, con le parole del regista stesso, questa volta esposto in un atteggiamento che intercetta con un pensiero stilizzato e un fugone da manuale tratti inafferrabili di maestri lontanissimi, pur vicini, tra loro - da Brecht a Pasolini, a Moretti -, mettendo subito in chiaro che il suo lavoro è fare film; un lavoro che ama ma che a volte lo angoscia. Lo angoscia per l’impossibilità di far interagire elementi così apparentemente diversi e al tempo stesso inscindibili della realtà che vive e della cultura che abita: dolore e piacere (cinefilo e non), miseria umana e passione, realismo e immaginazione, scarse risorse del cinema portoghese e visione delle cose, solitudine e partecipazione, la tragedia dei disoccupati e i guai degli apicoltori.
La fuga per Gomes sembra essere l’unica possibilità, tranne poi finire, letteralmente, nella sabbia fino al collo per farsi mettere nella condizione di non avere più scelta (ancora un regista fellinianamente costretto a dovere conoscere la trama del proprio film). E le cose, le voci, le storie e i ricordi dei disoccupati, degli apicoltori, della troupe preoccupata ma non troppo per la sua scomparsa improvvisa, delle persone che vivono in questo paese, dei contadini, dei drogati, dei giudici, delle ragazze, dei suicidi, dei politici, dei disoccupati, degli innamorati, dei maniaci, degli spiriti liberi cominceranno magicamente a non essere più divisi, ma a fondersi armonicamente, tra realismo e immaginazione, dentro l’iperfasico racconto di vita o di morte della bella Sherazade.
Alter ego perpetuo dell’uomo, l’animale accompagna ogni momento della narrazione. Malato, ferito, esploso, morto e risorto in qualche modo; parlante e veggente, muto e scodinzolante è oggetto d’amore e di accanimento di una società che ha perso la capacità di vedere il mondo intorno a sé, la sua bellezza visibile e invisibile, la gioia di vivere. _ “Que beleza é saber seu nome/Sua origem, seu passado e seu futuro/Que beleza é conhecer o desencanto/E ver tudo bem mais claro no escuro” Que Beleza, Tim Maia, Racional vol. I, 1974


CAST & CREDITS

(As Mil e uma Noites); Regia: Miguel Gomes; sceneggiatura: Miguel Gomes, Mariana Ricardo, Telmo Churro; fotografia: Sayombhu Mukdeeprom; montaggio: Telmo Churro; musica: Mariana Ricardo; interpreti: Crista Alfaiate, Adriano Luz, Américo Silva, Rogério Samora, Carloto Cotta, Fernanda Loureiro; produzione: O Som e a Fúria, Shellac Sud, Komplizen Film, BOX Productions; distribuzione: Milano Film Network; origine: Portogallo, Francia, Germania, Svizzera, 2015; durata: vol. 1. Inquieto (125′); vol. 2 Desolato (131′); vol. 3 Incantato (125′); Proposta di voto: 4


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