Monuments men

Se lo “sterminio” artistico programmato dai nazisti prima e durante la seconda guerra mondiale non si è verificato, o almeno non nella misura drammatica che avrebbe potuto raggiungere, non lo si deve solo all’intervento armato alleato (come si evince in una delle scene iniziali) ma alla puntualità con cui lo stato maggiore americano, con a capo il vecchio Eisenhower, decise di intraprendere una missione parallela tesa non solo al recupero di tutti i beni dell’eventuale sconfitto ma, anche, alla salvaguardia degli stessi. L’azzeramento artistico oltre che umano approntato da un Hitler in ritirata, necessitava di una contrapposizione degna in grado di agire sottotraccia, scovare con una certa rapidità l’immenso tesoro in suo possesso e assicurarselo nel miglior stato di conservazione possibile. E’ per questo motivo che furono creati i Monuments men, un plotone di esperti d’arte reclutati dalle forze americane per compiere operazioni di recupero artistico in tutto il territorio europeo occupato dai nazisti. Uomini valorosi, spinti dall’amore per l’arte e per il proprio mestiere (direttori di musei, critici d’arte, scultori, restauratori), capaci di mettere a repentaglio la propria vita pur di recuperare i capolavori che i secoli precedenti avevano consegnato all’umanità. Dimenticati per troppo tempo e per troppo tempo sconosciuti ai più, i nomi di alcuni di loro riemergono oggi grazie al lavoro letterario di Robert Edsel, autore del libro originario, e a quello cinematografico di George Clooney, regista, produttore e attore di un adattamento incentrato sulle avventure di 7 dei 350 componenti totali della sezione Archivi e Belle arti dell’esercito angloamericano.
Quinto film da regista per il bravo Clooney che, ancora una volta predilige il salto indietro nel tempo per recuperare una porzione di storia dimenticata o semisconosciuta e renderla disponibile al grande pubblico attraverso le armi suadenti della messa in scena hollywoodiana. Il suo racconto, scritto a quattro mani con il sodale Grant Heslov, sembra il risultato di una lezione di cinema americano classico, il frutto di una semina lunga più di cento anni che raccoglie genìe da più parti per innestarle insieme nel più invisibile e conservatore dei film. A dispetto del suo animo da inguaribile progressista Clooney dimostra ancora di privilegiare la “forma” dei padri lasciandosi però attrarre dalle tematiche forti, dall’impegno civile, dalla denuncia tipica dei “figli” rivoluzionari. Lui, generazione di mezzo, è come se non sapesse ancora da che parte andare, o da che parte stare, adottando in questo modo una commistione (visti i tempi di erranza e artificiosità risulta quasi un plusvalore) tra diverse concezioni di cinema che lo tengono legato ad un passato oneroso spingendolo, allo stesso tempo, verso un futuro sempre sottilmente alluso dai suoi film. Anche in Monuments men, così come in Good night and Good Luck, in In amore niente regole, in Le idi di marzo, la critica di un passato ormai remoto diventa l’occasione per lanciare un messaggio al futuro. E gli uomini dell’arte di cui si avvale Clooney diventano così, in tempi in cui tutto viene messo in discussione, degli uomini simbolo grazie ai quali riflettere sul valore della cultura in generale. Il metodo con cui, anche in questo caso, il Clooney auteur produce il suo messaggio è sottile ed efficace. La scrittura rigorosa tipica del suo cinema (e di quello di Heslov) passa con estrema facilità dall’ironia sagace di un Mike Nichols d’annata all’intrattenimento dell’animale hollywoodiano più classico (vedi lo Spielberg più maturo) ammiccando, per larghi tratti, all’arguzia postmodernista dei fratelli Coen (tanto cari al buon George). L’influenza del primo e dei terzi si sente molto nella costruzione delle “conversazioni” e nella alternanza di “duetti” fantastici (Balaban/Murray - Goodman/Dujardin - Clooney/Damon) che arricchiscono il film di una vivacità coinvolgente e di una verbosità necessaria ad attenuare qualche passaggio a vuoto. L’incombenza del secondo, invece, si percepisce nella costruzione di una struttura che spettacolarizza senza banalizzarla anche la più semplice corsa alle opere d’arte tra americani e russi (alla Indiana Jones). Clooney in questo mosaico visivo e sonoro (le marcette di Desplat sono sensazionali) si diverte a mettersi in gioco su tutti i fronti (questo si percepisce dalla passione con cui si è avvicinato ad esso) ma finisce non solo per eclissarsi come attore di fronte ai suoi ben più trascinanti partners (il terzetto Goodman, Murray, Balaban è da sogno) ma ne risente a lungo andare anche come autore. L’adattamento, seppur di qualità, non riesce a raggiungere i picchi del suo cinema precedente e il suo poliedrico approccio all’arte è orfano della brillantezza smisurata che aveva caratterizzato il suo operato fino ad oggi (il rigore iperformalistico e compassato di Good night and good luck, l’irruenza continua da slapstick di In amore niente regole, il “pugno allo stomaco” di Le idi di marzo).
Quello di Monuments men rimane comunque un cinema sintetico, passionale e rigoroso dietro cui si cela un professionista a tutto tondo capace di autodichiararsi hollywoodiano, tanto per cominciare nella continua rincorsa ai generi, nella scelta di storie che puzzano di americanismo, nella baldanzosa efficacia con cui decide di passare da una figura all’altra senza per questo inflazionare una immagine che continua ad essere positiva. Per il cinema e per i suoi tanti appassionati. Una risorsa dalle infinite risorse.
(Monuments Men); Regia: George Clooney; sceneggiatura: George Clooney, Grant Heslov. Tratto dal libro "The monuments men" di Robert Edsel, Brett Witter; fotografia: Phedon Papamichael; montaggio: Stephen Mirrione; musica: Alexandre Desplat; interpreti: George Clooney, Matt Damon, John Goodman, Bill Murray, Bob Balaban, Cate Blanchett, Jean Dujardin, Hugh Bonneville; produzione: Columbia pictures, 20th Century Fox, Smokehouse Pictures, Studio Babelsberg distribuzione: 20th Century Fox; origine: USA, Germania, 2014; durata: 118’;
