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Mr. Brooks

Pubblicato il 7 ottobre 2007 da Antonio Valerio Spera


Mr. Brooks

Un uomo e la sua coscienza. Sporca.
Mr Brooks potrebbe essere raccontato e spiegato con queste poche parole. Sarebbe forse riduttivo, ma al contempo esprimerebbe il succo sia del plot dell’opera, sia dell’iter psicologico che essa percorre. L’intero film è infatti giocato sul rapporto/opposizione tra il Mr. Brooks del titolo (Kevin Costner) – imprenditore di successo e di notte serial killer – e Marshall, la sua malattia assassina, personificata dal ghigno di William Hurt.
Ciò che colpisce sin dalla prima inquadratura è l’atmosfera: soffusa, tesa, cupa. In essa si muovono i personaggi, con i loro segreti, con i loro aspetti misteriosi, con i loro progetti criminali. I segreti di Mr. Brooks non sono tanto gli omicidi che commette per il puro divertimento di uccidere. Il suo segreto più intimo è lo stesso Marshall. Lato oscuro della sua mente, istinto da killer, pianificatore maligno. Lui è tutto questo e viene rappresentato come se fosse un amico/nemico immaginario, un consigliere arguto, che non esterna cattiveria perché la nasconde dietro l’apparenza di malattia omicida.
Mr. Brooks è sostanzialmente un thriller psicologico, una partita a scacchi tra l’agente Atwood (Demi Moore) ed il killer. Gli sceneggiatori Bruce A. Evans, anche regista, e Raynold Gideon, coppia di autori che hanno già firmato script importanti come quelli di Stand by Me e Starman, riescono però rendere più appetibile e costruita la storia. La base del plot è infatti il solito gioco di opposizioni tra la polizia e l’assassino seriale. Ma il risultato che ottiene Evans è qualcosa che trascende questi topoi del genere, sia grazie ad una regia solida ed equilibrata che non si sofferma esclusivamente sulla caccia all’assassino ma che pone attenzione anche a tutte le figure di contorno, sia grazie ad una sceneggiatura che riesce a non perdersi in tutta la ‘carne’ narrativa che mette al fuoco e che si focalizza intensamente su tutti i personaggi – tranne che sull’agente Atwood, ma in questo caso l’interpretazione piatta e monoespressiva della Moore le dà una mano.
In più il film di Evans è anche un’analisi sulla società americana, sulla soggettività dei giudizi (non esiste il giusto o il sbagliato, esistono solo persone con i loro pensieri), sull’amore familiare e sull’eredità della colpa. A ciò si aggiunge una riflessione sulla fede e su Dio. Tutti questi elementi non possono che avvicinare Mr. Brooks ad una tragedia greca. Ed anche il finale catartico autorizza ancor di più questo accostamento.
Ad alzare il livello qualitativo della pellicola, anche la fotografia di John Lindley. Se l’atmosfera che avvolge Portland nelle notti piovose risulta così affascinante e misteriosa, lo si deve proprio al suo uso delle luci. Se a ciò aggiungiamo una (stranamente) buona interpretazione di Kevin Costner, un grandissimo William Hurt, ed una macchina da presa mossa elegantemente, ecco che il risultato non può che essere più che positivo: un buon thriller, fatto di suspence ed analisi psicologica.

Antonio Valerio Spera


CAST & CREDITS

(Mr. Brooks) Regia: Bruce A. Evans; sceneggiatura: Bruce A. Evans, Raynold Gideon; fotografia: John Lindley; montaggio: Miklos Wright; musica: Ramin Djawadi; interpreti: Kevin Costner (Mr. Brooks), William Hurt (Marshall), Demi Moore (Tracy Atwood), Dane Cook (Mr. Smith), Marg Helgenberger (Mrs. Brooks); produzione: MGM / Element Films / Relativity Media / Eden Rock Media / Tig Productions; distribuzione: Buena Vista; origine: USA; durata: 120’.


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