Mr. Placebo

Roma, Teatro Belli –La rassegna ‘Trend. Nuove frontiere della scena britannica’, giunta ormai alla sua VII edizione, offre un interessante assaggio della moderna drammaturgia inglese, che, quali che siano il linguaggio e le forme espressive di volta in volta adottate, sembra avere come minimo comune denominatore il fatto di attingere il proprio nutrimento da una realtà aberrante, lacerata da numerosissimi disagi sociali e, conseguentemente, psicologici. Il risultato è una serie di ritratti di una società che, non riuscendo a reggere il ritmo dei propri mutamenti, genera tanti piccoli mostri che arrancano nel disperato bisogno di ritagliarsi un proprio spazio vitale. Un teatro crudo, provocatorio, il cui intento è quello di mettere spietatamente in luce le alienazioni e il degrado del nostro tempo, portando in scena tanto le cause quanto gli effetti del nostro male di vivere.
In tale contesto rientra Mr. Placebo, testo del 2003 scritto dalla scozzese Isabel Wright e portato ora in scena dal Gloriababbi Teatro, per il secondo appuntamento all’interno della rassegna. Lo spettacolo propone un’amara riflessione su come il denaro, da semplice strumento per vivere meglio, si sia trasformato in vero e proprio fine ultimo dell’esistenza, per il quale si è ormai prontamente disposti a sacrificare la propria stessa salute fisica (e mentale). Riflessione che nasce dall’osservazione, attraverso la sua trasposizione scenica, del fenomeno della sperimentazione farmacologica su ‘cavie umane consenzienti’, con tutte le implicazioni etiche che esso comporta. Quattro individui scelgono di rimanere rinchiusi un’intera settimana in una clinica, costantemente monitorati da un medico, per sottoporsi al test di un nuovo farmaco. Quattro esseri umani estranei tra loro, con alle spalle esperienze di vita diversissime nella loro miseria, sembrano non avere nulla in comune se non un urgente bisogno di denaro, che li spinge a svendere il proprio corpo senza troppo pensare alle conseguenze, ignari, o forse solo noncuranti, di quello che questo test potrebbe causare sia nell’immediato che a distanza di tempo.
Un testo per molti versi acuto e interessante, un cui limite, però, potrebbe essere riscontrato nella tendenza a voler condensare temi troppo complessi e delicati per essere trattati tutti insieme senza correre il rischio di essere semplificati. Si ha, infatti, l’impressione che, per voler dire troppo, ci si allontani dall’originario intento di offrire una lucida e distaccata rappresentazione di una tranche de vie di stampo naturalista, che lasci libero lo spettatore di trarre le proprie conclusioni, propendendo, invece, per l’utilizzo di registri più adatti agli exempla o alle parabole. I personaggi si abbandonano volentieri a dialoghi un po’ troppo retorici, che sembrano rimarcare caratteristiche insite nella loro stessa natura e quindi già ben distinguibili nella lettura dei loro gesti, delle loro espressioni, della loro stessa funzione all’interno della pièce. Aspetto a cui, peraltro, sicuramente non giova il passaggio dall’inglese all’italiano, che va ad appesantire sensibilmente il ritmo del testo. Tali pecche vengono però stemperate da una regia attenta e curata e soprattutto dalla bravura degli interpreti capaci, ad ogni modo, di mantenere un ritmo sostenuto per tutta la durata della rappresentazione, valorizzare i punti di forza del testo e rendere credibili i propri personaggi. Uno spettacolo nel complesso gradevole.
Autore: Isabel Wright; Traduzione: Barbara Valli; Regia: Giampiero Rappa; Interpreti: Alberto Basaluzzo, Filippo Dini, Sergio Grossini, Carlo Orlando, Nicola Panelli, Mauro Pescio.
