Musica: acid-jazz/iced-jazz. pata-pata ronny jordan

Una sequela di formats musicali di Ronny Jordan cela i ricordi del recente passato dell’acid-jazz. L’acid-jazz nelle sue parole più semplici non è altro che la reprise a velocità contemporanee di un buon pezzo classic-jazz, con una gran chitarra, o altro strumento solista, in evidenza, e una melodia di fondo piuttosto semplice e orecchiabile.
Il passaggio da Take Five di Dave Brubeck, che già nel 1962 creò i presupposti per un approccio ipnotico, e sarà sperimentale a non voler dire psichedelico perché riduttivo, della musica pop, a un brano di Saint Germain, Rose Rouge, nell’album Tourist, del 2000, che a sua volta riprende un concetto caro allo stesso Ronny Jordan (Randezvous) e che precede le analoghe conclusioni da viaggio di Boulevard del ’95, sempre di Saint Germain - anche se qui siamo nel circuito più drogato per effetto indotto, del genere, e ipnotico - documenta l’affermazione di più e meglio di qualunque altro discorso.
E’ vero, anche Ronny Jordan si è fatto rifare da DJ Krush, ma si tratta di un caso sè stante e valutabile solo per via della geniale intuizione del DJ, del genere j-trip-hop.
Ronny Jordan comincia storicamente dall’ascolto di brani hip-hop. Rimane fondamentalmente legato all’evoluzione verso il ritmo assoluto della musica nera, verso la progressiva scomparsa della linea melodica; e anche se pure in questo caso ci sarebbe da discutere, si tratta di un discorso fatto per una riduzione al termine minimo per una discussione di orientamento.
Partendo dalla prevalenza di fondo del ritmo, radice comune di qualunque genere musicale che si fa raccontare a partire dalle proprie origini afro o afro-americane - e qui sarebbe utile aprire una parentesi sul parallelo tra la musica afroamericana, la sua nascita, e la nascita della pittura europea moderno/contemporanea - Ronny Jordan trapianta una chitarra elettrica ai suoi massimi livelli, in maniera assolutamente classica, prevalente, e prevalentemente tecnica, con accenti squisitamente melodici.
Dal vivo la musica di Ronny Jordan è spiazzante. Stupisce per la batterista (Lucianna Pedmore). Stupisce per l’assenza di un bassista. E proprio per quest’ultimo motivo stupisce per farsi inquadrare in un genere di funky compattato a trio jazz, però, proprio là dove il funky (alle feste funky Ronny Jordan ha tributato un gradevole omaggio con Pata Pata) si è fatto conoscere per il numero, elevato, di strumenti in grado di far ruotare attorno allo stesso ritmo e alla stessa tessitura armonica.
E nella misura i cui all’organo elettrico (Mel Davis) sono affidati sia la linea di baso che quella propria di una melodia intrecciata alla matrice armonica originale, il looping, la reiterazione, e l’andamento ricorsivo della struttura musicale sono una conseguenza, celebre, e celebrata nelle strutture più piacevoli della musica acid-jazz, lounge, nella sua versione più comoda.
In questo percorso di trasposizione di formati si materializza un genere, un genere musicale, che riporta antiche forme per mano di una chitarra, in questo caso, a presentarsi in veste di nuova melodia e fresca.
Di questo movimento jazz-blues refreshed sono noti i passaggi melodici di Pino Daniele negli anni novanta e quelli di Ronny Jordan, contemporanei, ma senza il cantato, con più tastiere e più facilmente inquadrabile all’interno di un duplice discorso o da ballo o da semplice riempimento atmosferico - ambient, poi nella sua versione elettronica più estrema, lunge nella sua accezione più cool; e in tutti i casi si parla di roba suonata e non programmata (con Richard Galliano, Blue Note Milano, 4-5 marzo 2011, si può assistere a un’evoluzione del genere).
Congelando un ritmo molto classico, Ronny Jordan calca melodie di chitarra dalla geografia piuttosto vasta e intrecciata, diventando il primo, probabilmente il più importante, interprete del genere acid-jazz cool, lunge music, al quale sono estranei i bombardamenti elettronici e di ritmo presi dal movimento progressive di gente come gli Ozric Tentacles, che dell’acid-jazz più torrido, o neo-psycho-prog, hanno importato una lezione decisiva.
Cancellando completamente, quasi, l’apparato ritmico e concentrandosi solo sugli alambicchi solisti dei vari strumenti (lo slick di Tony Levin Blue Note, Mlano, 6 marzo 2011, ma per i funk-fingers è utile ripensare lo zippo sulla sei corde di Syd Barrett o le idee di Lee Ranaldo e Thurston Moore, sempre per la chitarra, o agli slides awaiani, o a qualche strumento antico), si ottiene quello che oggi si fa chiamare iced-jazz, poi che rarefattosi è al freddo della distanza delle molecole delle note del clima nordeuropeo.
Ronny Jordan, Blue Note, Milano, 24, 25, 26 febbraio 2011, ha presentato un omaggio ai jazz-masters, in chiave molte volte hillbilly (Chet Atkins, Yakety Axe, di cui il 30 giugno di quest’anno ricorrono i dieci anni dalla scomparsa), considerando la sola chitarra e una delle varie tecniche impiegate dallo stesso Ronny Jordan nell’esecusione, e per questo motivo, fedele alle radici della cultura della chitarra jazz. L’idea nu-jazz nasce con Ronny Jordan.
