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My little eye

Pubblicato il 20 maggio 2003 da Alessandro Izzi


My little eye

Uscito a ridosso della fine (sospirata!) della terza edizione italiana del Grande fratello, My little eye è un esperimento che, sulle prime, incuriosisce ed intrgiga. Cinque ragazzi devono vivere, sotto lo sguardo vigile di un nutrito stuolo di webcameras, per sei mesi in una magione molto vittoriana sperduta tra le nevi e con tanto di soffitte infestate e cantina fatiscente (davvero ottime le scenografie di Crispian Sallis!). I ragazzi non sanno esattamente dove è locata la loro dimora provvisoria, né hanno contatti con il mondo esterno se si eccettua la consegna settimanale di un pacco di anonime provviste. Lati positivi sono che nessuna Daria Bignardi o Barbara D’Urso infesta i loro giovedì sera con collegamenti televisivi in diretta e che non ci sono nomination e uscite forzate, ma resta il fatto che niente, ma proprio niente, li aiuta a capire se la trasmissione (che ha luogo solo su Internet) stia avendo successo o meno. L’unica cosa che li tiene legati all’impegno è il luminoso premio di un milione di dollari da dividersi al momento dell’uscita dalla casa. Compenso, questo, che può essere ritirato solo se nessuno dei concorrenti abbandona la casa prima del tempo. Queste le premesse sul quale poggia la trama del film, ma, come thriller impone, ben presto sisnistri presagi cominceranno a preparare lo spettatore all’orgia di sangue finale. Immaginato come piccolo pamphlet polemico sul tema del voyerismo che tanto funesta l’idea di televisione contemporanea, My little eye perde, purtroppo ben presto il lume della propria ragione per ridursi al rango di ennesimo filmetto splatter di serie B. Un vero peccato, se ci si pensa un po’ su, perché il film partiva da un’idea in sé molto rigorosa per quel che riguarda le regole della propria stessa messa in scena. Girato, infatti, interamente in digitale con totale immedesimazione nell’occhio osservante delle tante webcams sparpagliate nella casa, il film cerca di fare dello stesso spettatore il primo ed unico assassino colpevole delle morti che presto popolano la pellicola. L’alternarsi furioso di inquadrature spesso fin troppo eccentriche con immagini notturne totalmente virate al verde, il gioco dei suoni abilmente manipolati (che imitano nello stesso momento in cui distorcono la presa diretta dei microfoni ambientali da quattro soldi usati nelle connessioni internet) creano, fin dall’inizio, un clima di incredibile instabilità emotiva e di panico senza motivo. Dall’altro lato i sapienti riferimenti metacinematografici (il personaggio di Emma interpretato da Laura Regan è letteralmente ispirato a Rosemary’s Baby di Polanski, la casa immersa delle nevi rimanda all’Overlook Hotel di Kubrickiana memoria mentre l’occhio vigile delle webcams rimanda, piuttosto, all’HAL 9000 di 2001: odissea nello spazio) arricchiscono la vicenda di un substrato colto e tutt’altro che banale. Ma tutta questa messe di elementi a loro modo interessanti si smarriscono in un meccanismo che ha il principale difetto di non arrivare mai veramente fino alle estreme conseguenze che pure si era proposto. In questo modo la pellicola incorre in una serie di contraddizioni con il suo stesso assunto teorico che ne vanificano gli intenti come nel caso, tanto per fare un esempio, del primo delitto (se tale è) di cui non si vede assolutamente nulla. Il che è qualcosa di più di un semplice barare per cercare di istillare nello spettatore il dubbio che non di semplice suicidio si sia trattato (come tutti sono portati a pensare), perché se è vero che webcams che filmano ogni angolo della casa non si spengono mai e che il nostro sguardo è, alla fine, il loro non avrebbe dovuto sfuggirci un episodio così rivelante. Oltrettutto questa omissione colpevole vanifica la possibile citazione (non sappiamo quanto volontaria) insita proprio in questo primo delitto-suicidio che avrebbe potuto, se altrimenti presentato, mimare l’analoga situazione che chiude Dieci piccoli indiani di Agatha Christie (anche lì un’impiccaggione indotta con fine psicologia). Insomma, quella che ci siamo trovati di fronte è un’occasione sostanzialmente mancata, ma non un film privo di spunti interessanti. Ma se è il brivido, quello che cercate, il terrore vero, allora il nostro consiglio è quello di cercarvi una cassetta con la registrazione della serata finale del Grande Fratello 3. Quello si che non vi farà dormire la notte!

(My little eye); regia: Marc Evans; sceneggiatura: David Hilton James Watkins; fotografia: Hubert Taczanowski; musica: Bias; montaggio: Marguerite Arnold; interpreti: Sean Cw Johnson, Jennifer Sky, Kris Lemche, Stephen O’Reilly, Laura Regan; produzione: Jonathan Finn, Alan Greenspan, David Hilton, Jane Villiers; origine: Stati Uniti, 2002; distribuzione: UIP

[maggio 2003]

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