Natale in casa Cupiello

Ha destato molti dibattiti e dato vita a opposti schieramenti critici, il Natale in casa Cupiello riadattato e diretto da Antonio Latella, in scena questi giorni al Teatro Argentina di Roma.
Un evento per il pubblico italiano dato che ormai il regista è legato alla scena berlinese, lavorando da tempo alla celebre “Schaubühne” in maniera continuativa. Sarà per questo schizofrenico amore tra Italia e Germania che Latella avrà sentito l’esigenza di combinare una regia sperimentale e un testo che per antonomasia si presenta come il più "popolare" del grande drammaturgo e capocomico del teatro italiano.
Il tutto avviene attraverso un lavoro di destrutturazione della commedia eduardiana e una successiva rielaborazione in stile brechtiano, ovvero una rilettura del testo in maniera didattico-pedagogica andando a scardinare le certezze dell’interpretazione fedele e pedissequa di matrice borghese, che per quanto si siano sforzati i vari registi nel tempo di variarla o eliminarla, è sempre riemersa prepotentemente nelle loro messe in scena. Tale processo non può rappresentare altro che la rottura e la "dissacrazione" del lavoro di De Filippo, che aveva sapientemente fatto girare il testo attorno a "O Presebio", simbolo della famiglia, della tradizione e emblema della volontà di iterare un importante immagine della sacralità popolare.
Gli attori sono tutti schierati compreso il protagonista Luca Cupiello, posizionato al centro della scena con alle spalle un’enorme stella cometa fissa nello spazio, a ricordare che nonostante il nero dei costumi esista una luce ad illuminare la loro oscurità di personaggi dalla funzione atipica: quella esplicativa di un testo che viene scardinato e destabilizzato per essere riproiettato in una dimensione didascalica.
È chiaro che, come si diceva, lo straniamento brechtiano sia alla base dello studio del personaggio che Latella ha voluto con molta convinzione ridisegnare sul corpo del bravo Francesco Manetti, il quale appare un elemento centrale di narrazione del testo nel suo farsi. A differenza della prima parte dello spettacolo, però, nella seconda la scenografia assume delle tinte molto forti e al posto del letto del moribondo capofamiglia, è presente la mangiatoia del bambinello. Sembrerebbe, quasi, un tentativo di riconciliazione aristotelica, attraverso la morte del padre, incarnato dall’ingenuo e limpido Luca Cupiello al posto di quella del figlio Gesù Bambino, defraudato del proprio ruolo nella storia cristologica.
In questo spettacolo ricco sia di intuizioni che di elementi fondanti già incontrati nel teatro tedesco, si percepisce la grande forza vitale di Antonio Latella, pronto a mettersi continuamente in gioco con i suoi intelligenti progetti registici. Ma senza a volte pensare, che seppur motivato e giustificato da precisi e nobili scopi artistici, non si possono conciliare due mondi così lontani e antitetici come quello d’ispirazione brechtiana alla drammaturgia di un lavoro come Natale in casa Cupiello. Opera che nasce dalle radici più profonde del teatro italiano contemporaneo, figlio di una poetica letteraria che non può essere adattata e incamiciata, linguisticamente parlando, dentro un’operazione di frammentazione e straneamento molto più indicato al tedesco - basti considerare, viceversa, quanto spesso sia stato poco efficace, salvo rari casi, la trasposizione del Teatro didattico di Bertolt Brecht in altre lingue.
Plauso comunque a Latella che è riuscito a smuovere dei sentimenti forti in coloro che fruiscono del suo spettacolo, dimostrando in fin dei conti quanto il pubblico italiano sia ancora attento alla divisione tra tradizione e innovazione.
Regia: Antonio Latella; interpreti: Francesco Manetti, Monica Piseddu, Lino Musella, Valentina Vacca, Michelangelo Dalisi, Francesco Villano, Giuseppe Lanino, Leandro Amato, Maurizio Rippa, Alessandra Borgia, Annibale Pavone, Emilio Vacca; drammaturga del progetto: Linda Dalisi; scene: Simone Mannino e Simona D’Amico; costumi: Fabio Sonnino; luci Simone De Angelis; suono Franco Visioli; produzione: Teatro di Roma.
