X

Su questo sito utilizziamo cookie tecnici e, previo tuo consenso, cookie di profilazione, nostri e di terze parti, per proporti pubblicit‡ in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di pi˘ o prestare il consenso solo ad alcuni utilizzi clicca qui. Chiudendo questo banner, invece, presti il consenso allíuso di tutti i cookie



Nobody wants the night - Concorso

Pubblicato il 5 febbraio 2015 da Matteo Galli

VOTO:

Nobody wants the night - Concorso

Se si pensa che Venezia 2014 è stato aperto da Birdman o anche solo Berlino 2014 da Grand Budapest Hotel, diciamo subito che l’apertura berlinese del 2015 è diverse spanne al di sotto. Difficile immaginare che cosa abbia indotto il direttore Dieter Kosslick a iniziare il Concorso della 65° Berlinale, se non un vago rispetto delle quote rosa (come si diceva dal 1995 non era più successo che una regista aprisse il festival), l’autocelebrazione di una manifestazione che molto ha contribuito a conferire capitale simbolico a Isabelle Coixet (che qui divenne nota nel 2003 con My Life Without Me) nonché – fatto, forse più importante – la circostanza che il film presentato assomma su di sé tutta una serie di temi forti, seppur declinati in modo assai didascalico, che nella metropoli tedesca sono sempre piaciuti: dinamiche di genere, relazioni interculturali e (post)-coloniali.

La trama è presto raccontata. 1908: Josephine, viziata ma assai volitiva moglie dell’esploratore polare Robert Peary , si è rotta le scatole di aspettarlo nella sua comoda casa di Washington – il leitmotiv che esempla la sua vita di donna benestante e che attraversa tutto il film, anche nelle situazioni più improbabili, è in realtà “Park Avenue”, dunque New York, dove la signora si è fatta il cospicuo e prezioso guardaroba – e decide di partire a sua volta verso le nevi, verso i ghiacci perenni, verso l’inverno polare, in cerca del marito, sparito da un po’ in cerca del Polo Nord, con pochi fedelissimi, gli altri – inuit e non – essendo rimasti alle basi molto più a sud ad aspettarne l’auspicato ritorno. Come succede sempre in questi casi, deve convincere molte persone di quella base a tentare la mission, unanimemente ritenuta impossible. Tenace com’è, ce la fa e la cinepresa la riprende in primo piano e in campo medio sfidare la natura inospitale, dritta come un fuso sulla slitta tirata dai cani e gli inuit a farle da avanguardia e da retroguardia. A ogni tappa si cambia d’abito, tira fuori dal baule il suo perfetto set di stoviglie, disgustata dai cibi locali, e ascolta Caruso al grammofono, al buon Werner Herzog, che è in programma venerdì, fischieranno le orecchie (leggi una improvvida citazione del ben più potente Fitzcarraldo, altra marcia). Il tempo è sempre più inclemente, la natura si rivela in tutta la sua inaudita e spietata potenza, animali e esseri umani lasciano le penne per strada o tornano indietro. Tutto come previsto da chi l’impresa non la voleva compiere. Tutto come previsto dallo spettatore. Ma lei non demorde. E si installa nell’ultima base conosciuta del marito, ad aspettarlo. Scoprirà ben presto di non essere la sola che lo attende. C’è un’altra donna, Alaka, una inuit, che vive lì accanto in un igloo. Inizia qui la seconda parte del film: dramma della gelosia, incontro/scontro di due civiltà, di due lingue, repulsione/attrazione, fino all’unico autentico colpo di scena che non sarebbe corretto rivelare, il tutto mentre la notte polare la fa sempre più da padrona, gli elementi si scatenano e il rifugio di legno, come la casa del secondo porcellino, viene scoperchiata dalla tormenta di vento, tanto che l’ultimissima parte del film si svolge nell’oscurità dell’igloo di Alaka, in attesa di un improbabile miracolo liberatorio. Fino ad una conclusione solo apparentemente happy, in realtà piena di risvolti tragici.

Che cosa non va bene in questo film? L’eccessiva monotonia del paesaggio che non basta da solo a strutturare il film (la regista in certi momenti sembrerebbe invece crederlo e indurci a crederlo), la lunghezza delle sequenze con i conflitti di cui sopra (fra le due donne, l’intrusa e la nativa, fra le due culture, fra i due linguaggi) che danno vita a situazioni ripetitive, una colonna sonora strappacòre decisamente invasiva, una voce fuori campo ridondante e pleonastica. Il film si regge per la maggior parte del tempo su Juliette Binoche, quasi sempre in scena. La sua è una interpretazione molto corretta, quando gioca a fare la gran dama della east coast,; quando invece – viepiù nel corso del film – si inselvatichisce e si abbrutisce, dismette quei panni sussiegosi risulta assai meno credibile. Le fa da spalla Rinko Kikuchi nella parte di Alaka. Fra gli interpreti maschili si segnala Gabriel Byrne, quasi irriconoscibile come componente della crew di Robert Peary.

I titoli di testa ci informano vagamente che la vicenda si basa su fatti e personaggi reali; quelli di coda raccontano delle controversie protrattesi per decenni fra Robert Peary e James Cook al fine di stabilire paternità e primogenitura nella conquista del Polo Nord. A quanto pare la scoperta non è dovuta né all’uno né all’altro. Ma invano cercheremmo in questo film un autentico squarcio filosofico sull’eroica inanità di tale impresa.


Enregistrer au format PDF