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NON APRITE QUELLA PORTA: L’INIZIO

Pubblicato il 7 dicembre 2006 da Marco Di Cesare


NON APRITE QUELLA PORTA: L'INIZIO

Black Christmas, Il prescelto, The Ring, The Grudge, Le colline hanno gli occhi, La maschera di cera, The Hitcher, L’alba dei morti viventi, Red Dragon e Hannibal, Freddy vs. Jason, Dark Water: se già solamente una siffatta lista di titoli può con facilità stancare i lettori che vi si imbattono, non è difficile pensare come possa ingenerare una profonda noia e un altrettanto forte scoramento constatare come l’horror moderno, in terra americana, si sia oramai ristretto a una pletorica sequela di remake (al massimo banali riletture in auge coi nostri tempi, lievemente apprezzabili solo nei rari casi in cui sia manifesto un intento ironico) di cinematografie lontane da Hollywood nel tempo e nello spazio, dallo psycho-thriller giapponese degli anni Novanta all’horror indipendente dei Settanta, senza tralasciare i più rari momenti di alto livello cinematografico negli anni del riflusso. Dimostrazione questa di come Hollywood sia ormai stanca, spossata dopo decenni di creatività ben superiore a quella che sta oggi vivendo, e che non le resti che realizzare altro se non “opere” tra le quali è lecito porre delle distinzioni solo in base alla loro maggiore o minore utilità per tornare a una ghettizzazione dell’horror (rispetto a un cinema cosiddetto d’arte) che va di pari passo con la sua trasformazione in una mera macchina per fare soldi.

Fin da subito è necessario sottolineare come questo discutibile Non aprite quella porta: L’inizio sia il prequel del remake, targato 2003, del capolavoro hooperiano: prequel di un film che è stato la copia fin troppo sbiadita di un immenso caposaldo del cinema horror.
Texas, 1939. In un mattatoio una giovane obesa mette al mondo un neonato deforme, che abbandonerà in un cassonetto della spazzatura. Ma il poppante verrà presto raccolto da una donna e adottato da una "vera" famiglia.
Texas, 1969. I due fratelli Dean (Taylor Handley) ed Eric (Matthew Bomer) sono in viaggio con le rispettive fidanzate, Chrissie (Jordana Brewster) e Bailey (Diora Baird): i due ragazzi vogliono concedersi un’ultima vacanza prima di dover partire per il Vietnam, teatro di una sporca guerra che, però, viene considerata come tale solo da Eric, che vuole approfittare della gita per espatriare in Messico, all’insaputa del fratello. I quattro, dopo essere passati per un misero villaggio di poche case, verranno derubati da una motociclista che li coinvolgerà in un grave incidente automobilistico, quasi uccidendoli. I ragazzi verranno soccorsi dallo sceriffo Hoyt (R. Lee Ermey), membro della famiglia Hewitt, che ha in Thomas, altresì conosciuto come Leatherface, il suo elemento più in vista.

La vera storia del serial killer Ed Gein (che è stato fonte di ispirazione anche per Psycho e Il silenzio degli innocenti) riletta e reinventata con livido tono documentaristico, una mostruosa famiglia di cannibali assetati di sangue, la fascista e decadente provincia americana,la consapevolezza che siamo tutti solamente animaleschi brandelli di carne succube della legge del più forte, lo slasher movie e lo splatter, l’angoscia di paure ataviche. Questo e molto altro ancora è stato The Texas Chainsaw Massacre. Ma lo è stato tanto tempo fa: nel 1974.
Invece Non aprite quella porta: L’inizio è frutto di un cinema ben diverso: quello dell’appena trentenne regista Jonathan Liebesman (al suo secondo lungometraggio dopo un altro horror datato 2003, Al calare delle tenebre), un prode vassallo per Michael Bay, plenipotenziario tycoon ancora giovane, ma già reo di innominabili scelleratezze cinematografiche e qui, come per il Non aprite quella porta del 2003, coadiuvato dai due creatori del film del 1974: Tobe Hooper e lo sceneggiatore Kim Henkel.
Il secondo episodio di una saga - e non solo nell’ambito dell’horror - solitamente presenta caratteri molto estremi. Peccato, però, che Liebesman abbia pensato che realizzare un horror viscerale significhi mostrare le interiora di bei corpi palestrati giustamente sventrati dalla sempre fedele motosega del nostro tanto amato Faccia di cuoio, più che sezionarne e analizzarne l’essenza carnale attraverso la macchina-cinema. E’ chiaro come tutto questo rappresenti un divertimento: ma troppo presto il gioco diventa un giogo e una costrizione per una messa in scena che fa del parossismo la sua peculiarità, senza, però, che riesca a trovare una via di scampo dalla noia di una coazione a ripetere che sa tanto di déjà vu. Nessun crescendo: tutto ci viene dato immediatamente, come in un videogioco.
Bisogna poi rammentare come Hollywood non possa veramente tollerare un film hard-gore: per cui tutto rimane in superficie e l’hard è solo un involucro per un’essenza soft e molto edulcorata che non sa - anche perché non vuole - terrorizzare e smuovere i più profondi recessi della nostra psiche. Ridicole e didascaliche suonano le pretese giustificazioni sociologiche sulla decadenza economica di una landa desolata come causa dello scoppio della follia. Ma ancora più subdolo appare il rapporto viltà/coraggio fra i due fratelli, perché rilegge, annacquandolo inesorabilmente, il discorso politico degli anni nei quali, comunque, questo film è ambientato.
Rispetto al remake del 2003, questo prequel ha, se non altro, il pregio di non volersi sempre prendere troppo sul serio. E, sotto questa ottica, va di certo apprezzata la performance del buon R. Lee Ermey, qui sicuramente memore del “suo” kubrickiano sergente Hartman. Senza dimenticare i dialoghi: questi molto crudi, asciutti e, spesso, sarcasticamente da B-movie.
Ma tutto ciò non può evidentemente risollevare un film che può ben essere ascritto al sempre più vasto calderone del postmoderno, categoria che ormai tutto contiene: da vette come David Lynch o Lars von Trier, fino alle peggiori nefandezze.
E a noi non resterà che ridere fino in fondo, assieme all’unica degna saga nell’horror degli anni Duemila: ossia Scary Movie.

(The Texas Chainsaw Massacre: The Beginning) Regia: Jonathan Liebesman; soggetto: David J. Schow e Sheldon Turner; sceneggiatura: Sheldon Turner; fotografia: Lukas Ettlin; montaggio: Jonathan Chibnall e Jim May; musica: Steve Jablonsky; interpreti: Jordana Brewster (Chrissie), Taylor Handley (Dean), Diora Baird (Bailey), Matthew Bomer (Eric), R. Lee Ermey (sceriffo Hoyt), Andrew Bryniarski (Thomas Hewitt/Leatherface); produzione: New Line Cinema, Texas Chainsaw Productions, Platinum Dunes, Next Entertainment, Vortex/Henkel/Hooper Production; distribuzione: Eagle Pictures; origine: U.S.A. 2006; durata: 100’; web info: sito italiano, sito internazionale.

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