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North Country - Storia di Josey

Pubblicato il 9 febbraio 2006 da Fabrizio Croce


North Country - Storia di Josey

C’è almeno un’inquadratura che colpisce e spezza l’emozione dello sguardo nell’ultimo lavoro di Nikki Caro, la regista neozelandese dell’acclamato La ragazza delle balene, che torna a raccontare la storia di una donna in contrasto con un mondo violentemente e arcaicamente maschile: è il momento in cui Josey, donna minatrice fuggita dagli abusi domestici del marito per ritrovarsi vittima degli abusi sistematici dei compagni di lavoro, si trova contro tutta la piccola comunità - uomini e donne -della cittadina del nord del Minnesota in cui vive, costretta a difendersi con rabbia e dolore dalle accuse di essere lei stessa l’istigatrice delle ingiustizie subite e denunciate.
E quando abbandona la scena di quell’impietoso confronto, la mdp della Caro scende tra i volti anonimi eppure così riconoscibili delle persone che compongono quella piccola comunità e che esprimono stupore, disprezzo, incapacità di comprendere quell’intrusa che ha minato il senso di unione indiscutibile, patto di solidarietà fondato in realtà su valori fasulli e distorti come la prevaricazione del più forte sul più debole e l’omertà. Questa sequenza dà il senso della dicotomia su cui si regge tutto il film, che inizialmente parte dalla contapposizione di un individuo contro un gruppo chiuso e apparentemente inattacabile, per arrivare alla definizione di un nuova idea di identità e di comunione sociale, in cui è proprio la difesa del soggetto più debole, abusato, molestato ad essere uno dei valori fondanti e portanti. Tutto questo percorso viene compiuto da Josey, la cui storia realmente accaduta rappresenta il primo caso di un’azione di categoria per molestie sessuali vinta da donne lavoratrici, tra determinazione, il coraggio dell’umiliazione, la messa in discussione dell’autorità paterna in quanto figlia di uno degli operai più anziani della miniera, e un viaggio anche all’interno del suo passato con il dramma di una violenza carnale subita da adolescente e da cui è nato il primo, amatissimo, conflittuale figlio e di una marito manesco che, come ci annuncia la splendida sequenza d’apertura, segna il punto di svolta e la voglia di cambiamento (e la Caro, intelligentemente, ne fa quasi un simbolo, mostrandolo come una sorta di minaccia senza volto).
Il problema è che della figura di Josey, pur apprezzando la dignità e l‘esemplarità della storia, non si percepisce la forza, la spinta propulsiva verso il cambiamento, la resistenza nei confronti del mondo maschile. Rimane spenta, poco vibrante, intrappolata negli snodi convenzionali di una sceneggiatura solida e diligente, ma che si appoggia sui flash-back e sulle rivelazioni shock senza andare in profondità (a parte il citato incipit). E diligente è sicuramente l’aggettivo che potremmo usare per la performance di Charlize Theron, che si impegna tantissimo e con convinzione, ma che stavolta, senza il mastice in faccia e i denti da mastino di Monster, risulta inevitabilmente glamour anche quando è vestita da minatrice ed è sporca di carbone.
L’Oscar lo meriterebbero in realtà tutti i personaggi secondari con cui la Caro fa un lavoro davvero eccezionale di limatura, introspezione psicologica, attenzione al particolare. Si pensi a quel padre, magnificamente reso dal volto dolente e dall’andatura appesantita di Richard Jenkins che, in nome dell’amore filiale, scortica tutti i pregiudizi con i quali è cresciuto e scopre una dimensione di giustizia sociale e rispetto (ed è lui che farà il discorso più toccante e civile all’assembla dei minatori, non Josey). Ma si pensi anche alla coppia formata dalla sindacalista Glory (una toccante Frances McDormand), affetta dal morbo di Ghering, e dal suo sensibile compagno, delineato con grande finezza da Sean Bean, dei quali verrà descritta la quotidiana, eroica lotta contro la malattia, ponendo l’accento su un’altra forma di discriminazione, isolamento e resistenza.
Impossibile non citare, infine, la figura della madre, tracciata con maestria e incivisità da un’attrice come Sissy Spacek che non ha certo bisogno di mascheramenti e che, con uno scambio di battute nervoso e qualche silenzio, tocca le corde più intime e contraddittorie di una piccola donna e della sua rivoluzione sotteranea contro il marito e la sua ottusità.
Sono queste storie secondarie, questo contesto così sentito, autentico, necessario che vanno a formare un film parallelo, del quale rimane l’amaro in bocca della vita vissuta, stanca, logorata rispetto al senso di piatto politicaly correct con cui viene condotta la storia di Josey e il suo riscatto finale.

(North country); Regia: Niki Caro; sceneggiatura: Michael Seitzman dal libro “Class action: The Landmark case that changed sexual harassment law” di Clara Bingham e Laura Leedy Gansler;fotografia: Chris Menges; montaggio: David Coulson; musica: Gustavo Santaolalla; scenografia: Richard Hooover; intepreti: Charlize Theron (Josey Aimes), Frances McDormand (Glory), Sean Bean(Kyle), Woody Harrelson (Bill White), Richard Jenkins (Hank Aimes), Sissy Spacek (Alice Aimes); produzione: Helen Bartlett, Nana Greenwald, Doug Claybourne, Jeff Skoll per Warner Bros.Pictures; distribuzione: Warner Bros. Pictures Italia; origine: USA, 2005; durata: 125’

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