O processo

Nel 2016, nei giorni in cui si inauguravano le Olimpiadi di Rio de Janeiro, veniva deposta in seguito a un impeachment la prima presidentessa della repubblica federale del Brasile, Dilma Rousseff che al momento della destituzione aveva 69 anni. Perseguitata dal regime militare all’inizio degli anni ’70, Dilma, col nome soltanto la chiamano – chiamavano? – tutti in Brasile , aveva trascorso tre anni in carcere subendo anche torture. Poi, dopo la caduta del regime, aveva iniziato una carriera politica nel Brasile democratico, attiva prima a livello locale, poi regionale e infine nazionale, divenendo con Lula presidente Ministra dell’Energia e poi Sottosegretaria alla Presidenza. Dopo che Lula, scaduto il secondo mandato, cominciò a pensare a chi potesse succedergli, propose proprio Dilma che nel 2010 vinse le elezioni al ballottaggio. E quattro anni dopo, nell’ottobre del 2014, vinse una seconda volta, anche in quel caso al ballottaggio, con un margine risicatissimo. Sotto la presidenza di Dilma il PIL del Brasile esplode e – a seguito, ritardato, del fallimento dei Lehman Brothers – implode. Certamente esperta di questioni economiche, forse un po’ più ingenua come animale politico, Dilma si rivela ben presto non all’altezza dei marpioni super-corrotti che da sempre dominano la scena politica brasiliana. La procedura per pervenire all’impeachment è parsa fin da subito agli osservatori nazionali indipendenti e soprattutto alla scena politica e giornalistica internazionale un pretesto per togliersi dalle scatole una figura scomoda e fondamentalmente retta, col pretesto veramente balordo di aver modificato il budget previsionale dello Stato (peraltro senza ulteriore aggravio di spesa per il pubblico erario, come dicono i nostri burocrati ministeriali). Insomma il termine più ricorrente fu “golpe parlamentare”. Di tutto questo e di molto altro parla il lfilm, semplicemente e non casualmente intitolato O processo della regista brasiliana Maria Augusta Ramos, tutti i riferimenti a Kafka sono assolutamente voluti e in un caso espliciti. Pur essendo in tutto e per tutto un documentario, il film – denso e appassionato ma forse un po’ troppo lungo - rientra nel genere del court movie in cui c’è il castello dell’accusa, “autorevolmente” supportato da una insopportabilmente patetica, falsa e malevola docente di diritto penale, c’è la strategia cristallina, logica, colta della difesa, autorevolmente patrocinata dal senatore, avvocato nonché ministro della giustizia Eduardo Cardozo, uomo bello, riflessivo, intelligente e c’è una giuria, anzi le giurie – il Senato prima che decide di istituire la commissione di inchiesta, quindi la commissione stessa e infine di nuovo il Senato – che emanano verdetti già chiari in partenza. La polarizzazione della commissione e del Senato ha un suo corrispettivo nella polarizzazione del paese, con i cittadini brasiliani che si assiepano nelle distese prospicienti agli – a distanza di più di sessant’anni sul piano architettonico-urbanistico ancora fascinosi - edifici pubblici di Brasilia, in due cortei sbraitanti, ma civilmente opposti. Il punto di vista, lo si sarà capito, è schieratissimo, ed è quello della difesa. Si tratta di un encomiabile esempio di cinema civile, di un servizio reso al paese e alla comunità internazionale che tutta presa da altre emergenze, magari più vistose a livello nazionale, rischia di dimenticare una pagina buia della storia recente. A Berlino, soprattutto nella sezione “Panorama Dokumente” di questo tipo di film ce ne sono molti. E sono i benvenuti.
(O processo). Regia: Maria Augusta Ramos; sceneggiatura: Maria Augusta Ramos; fotografia: Alan Schvarsberg; montaggio: Karen Akerman; sound design: Bernardo Uzeda produzione: Autentika Films, Berlin, Canal Brasil, Rio de Janeiro, Conijn Film, Amsterdam; origine: Brasile-Germania-Olanda 2018; durata: 137’.
