X

Su questo sito utilizziamo cookie tecnici e, previo tuo consenso, cookie di profilazione, nostri e di terze parti, per proporti pubblicit‡ in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di pi˘ o prestare il consenso solo ad alcuni utilizzi clicca qui. Chiudendo questo banner, invece, presti il consenso allíuso di tutti i cookie



Oltre la frontiera: Introduzione

Pubblicato il 18 luglio 2004 da Alessandro Izzi


Oltre la frontiera: Introduzione

Il cinema messicano sta davvero vivendo una seconda età dell’oro? Oppure l’apparente rinascita cui stiamo assistendo in questi ultimi anni va ricondotta ad un momentaneo periodo di crisi di idee della cinematografia hollywoodiana che, per la sua vicinanza soprattutto geografica, ha sempre influenzato e non di poco le scelte della vicina terra dei sombreros e del pulque? Una cosa è certa: la scena di The day after tomorrow di Emmerich in cui il Messico chiude le frontiere (per poi riaprirle in diplomatico gesto umanitario) all’orda di invasori statunitensi ha davvero il sapore di una rivincita ideale che ci spinge all’applauso catartico e liberatorio. Un applauso in parte mitigato dallo spirito ironico con cui la sequenza è stata realizzata che ci fa percepire un certo retrogusto reazionario all’interno di una scena che avrebbe potuto essere ben altrimenti rivoluzionaria (in fin dei conti gli americani restano sempre i “buoni” della situazione). Vedendo i film messi in catalogo in questa bella edizione della Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, l’impressione è sostanzialmente la stessa e le emozioni provate si portano dentro la stessa ambiguità esperita nella visione del breve episodio emmerichiano. Si vorrebbe, infatti, applaudire l’indubbia qualità media di tutte le pellicole messe in campo, ma l’impressione finale è che lo spettro dell’industria hollywoodiana resti in un modo o nell’altro, in aria ad influenzare le sorti di tutti. Non si può certo rimproverare ai messicani il più che giusto desiderio di trovare un potenziale mercato americano per i propri film, ma questa ricerca deve necessariamente appiattirsi alla povertà di un presunto gusto internazionale? E un film messicano deve per forza di cose essere inteso come un biglietto da visita da presentare ad Hollywood nella speranza di un’immediata assunzione un po’ come in Italia si pensa che il corto sia una palestra per prepararsi al lungometraggio? La mostra pesarese non sembra intenzionata a dare una risposta a queste domande e, con la scelta condivisibile di tenere fuori gli “autori” dagli orizzonti del proprio discorso (né Inarritu, né il più “commerciale” Cuaron trovano spazio all’interno del catalogo), si ritaglia lo spazio di una riflessione totalmente diversa che potrebbe essere riassunta in questo modo: fino a che punto è possibile mantenere una propria specificità culturale pur non rinnegando del tutto il modello hollywoodiano? Il risultato di questa indagine è stato una rosa di titoli molto diversificata che, pur non ospitando al suo interno quell’indubbio capolavoro che tutti avremo voluto vedere, ci lascia però ampio spazio per riflettere sulle sorti dell’intera cinematografia di stampo latino. Rimandiamo alle recensioni di alcuni dei film della selezione per un più compiuto panorama della sezione, quel che ci resta da dire qui è che spesso la risposta proposta dagli autori messicani risiede nella possibile sostituzione del modello americano con quello europeo. Di qui la messe di riferimenti spesso coltissimi di molte pellicole. Fassbinder e Pasolini sono più che citati nel bel Mil nubes de paz cercan el cielo, amor, jamas, acabaras de ser amor di Julian Hernandez (soprattutto per la frontalità masaccesca di certe inquadrature e per il tono contrastato della notevole fotografia in bianco e nero), echi di Truffaut si respirano in Temporada de patos di Fernando Eimbecke, mentre un gusto sperimentale da rive gouche si assapora nel discretamente interessante Cronaca de un desayuno di Benjamin Cann. Forte nella descrizione di situazioni e vicende della vita quotidiana (si potrebbe parlare di un certo minimalismo messicano) il cinema d’oltreoceano si fa più sfocato ed incerto quando tenta di entrare nelle pieghe della sua storia più recente come si evince dal quasi disastroso Francisca di Eva Lopez Sanchez (una storia rivoluzionaria debitrice delle peggiori derive del romanzo alla Tom Clancy). Se Prefume de violetas di Maryse Sistach ci pare piuttosto riuscito nella sua compattezza melodrammatica (cui forse avrebbe giovato un po’ più di rigore) è, tuttavia, nei film più piccoli che riusciamo a trovare un’immagine del Messico non compromessa da aspirazioni globalizzate e metropolitane. Una piccola è gradita sorpresa è stato il bel documentario di Everardo Gonzalez La cancion del pulque che ci fa da vero e proprio missing link tra il Messico che vedevamo nei film di Bunuel e quello di oggi.

[luglio 2004]


Enregistrer au format PDF