Omaggio a Thom Andersen e Travis Wilkerson

Fino a che punto il Cinema può davvero sporcarsi le mani con quel lercio fango che chiamiamo Realtà? E dove è situata, se esiste davvero, quella sottile linea rossa che separa il mondo della Finzione da quel Vero sognato dai poeti e più ancora dai romanzieri?
Che sia impossibile dare una risposta concreta a questa domanda è diventato, con il tempo, più una massima che una verità concretamente metabolizzata, ma, dopo la visione dei superbi documentari di Thom Andersen e Travis Wilkerson (la vera straordinaria sorpresa di questa edizione del Festival del Nuovo Cinema di Pesaro) si ha l’impressione che il nocciolo del discorso sia ancora più sfuggente ed indefinibile di quanto non si fosse pensato a tutta prima. Pure, malgrado la sicurezza di non riuscire ad approdare a nessuna conclusione rassicurante e normalizzante, la visione di film come Los Angeles plays itself o An injury to one ci invita a cercare ancora una volta di capire e ci lascia con la sicurezza quello di cui abbiamo davvero bisogno non è tanto un risultato concreto, che possiamo toccare con mano, quanto, piuttosto, dello sforzo che compiamo per cercare di raggiungerlo.
Un’impressione, questa, che è oltretutto accresciuta dal fatto che Andersen, come autore di documentari, è un regista che si muove direttamente nello spazio dell’immaginario. Non insegue, in altre parole, la Realtà facendo uso di quella macchina a mano che è cara a tanti (troppi) autori documentaristici di oggi, quasi debba essere mosso dalla segreta convinzione che basti correre dietro al movimento incessante del mondo per coglierne i motivi della segreta geometria (se pure ce n’è una), ma si impegna a trovare barlumi di verità nel luogo deputato della finzione: il Cinema stesso.
Le sue opere, insomma, si nutrono di Cinema, traggono, anzi, dal cinema la loro sostanza, la loro necessità. Appaiono, a tutta prima saggi sul cinema, sulle sue strategie, ma si rivelano presto per quello che sono davvero, dei miracolosi meccanismi autoriali completamente impegnati a scavare, nella finzione del fotogramma filmico, i barlumi della rivelazione di quel Vero che, pure, il cinema si era impegnato in tutti i modi di occultare. Anzi la consapevolezza cui si arriva alla fine è che, quanto più il cinema si è impegnato nel suo tentativo di nascondere e celare il Mondo tanto più esso emerge luminoso e numinoso al di là del fotogramma cui era stato costretto.
Da questo punto di vista Andersen è un regista decisamente filosofico che tenta (e riesce) ad obbligare il proprio spettatore ad assumere un punto di vista inusuale rispetto a quei luoghi dell’immaginario creati appositamente per lui dal cinema hollywoodiano. Un autore che pone al centro del proprio discorso proprio il modo di fruizione del cinema interrogandosi sul suo funzionamento su più livelli: da quello necessario della percezione stessa del movimento (sublime: Eadweard Muybridge, zoopraxographer) a quello dell’uso iconico della realtà messa in scena (Los Angeles plays itself) fino all’uso politico che di questo meccanismo finzionale può essere fatto (Red Hollywood). Sembra difficile riuscire a tracciare un filo conduttore che leghi con chiarezza le peculiarità delle opere viste a Pesaro, ma ci pare di poterlo rintracciare, alla fine, proprio in questo bisogno di riflettere sulle logiche dell’immaginario. Un bisogno che è evidente anche nel pregnante Melting (breve video che, nella messa in immagine di un gelato che si scioglie con l’accompagnamento di una potente musica per organo) dove l’autore, pur ponendosi nel solco di tanta sperimentazione anni ’60 rivela, comunque, il bisogno di superare la sperimentazione fine a se stessa in vista di un discorso capace di farsi anche politico (un possibile discorso sul surplus e sulla società capitalistica?). Ma è soprattutto il bisogno di affrontare i luoghi della memoria (e cos’è in fondo il cinema se non un archivio della memoria collettiva?) che ritroviamo tanto nel bellissimo (--- ------- Short line long line), un notevole saggio sulle potenzialità musicali del cinema, quanto nel commosso Olivia’s place che salva dall’oblio alcune immagini di un locale che è stato demolito pochi giorni dopo le riprese.
Ed è su questo solco a metà tra il memoriale ed il politico che troviamo il punto di contatto tra Andersen e l’altro autore cui è dedicato questo pregnante omaggio: Travis Wilkerson. Di quest’ultimo abbiamo avuto la possibilità di vedere a Pesaro due lavori: An injury to one (sulla vita e la morte di Frank Little, agitatore sindacalista assassinato dalle corporazioni) e Accelerated under-development: in the idiom of Santiago Alvarez (sull’opera del regista cubano Alvarez).
La cifra segreta di questi splendidi lavori riposa tutta nel preciso equilibrio tra lucidità politica e furore morale in un connubio che trova proprio nel primo film momenti di toccante poesia. Perché come nota giustamente Olaf Müller nel breve e pregnante saggio ospitato nel catalogo della mostra: L’Arte è la Politica di domani.
[luglio 2004]
