Once

Un’opera sincera e appassionante nata senza troppe pretese e con un’unica consapevolezza, quella di tentare di colpire al cuore lo spettatore attraverso un connubio tra sentimento e musica, sempre molto efficace e apprezzato fra il pubblico. Ma Once è tutt’altro che una operazione scontata e banale. Essa in realtà assume i tratti e il valore di una piccola pietra preziosa non ancora lavorata, la cui struttura grezza nasconde al proprio interno una essenza di assoluta eleganza e rarità. Lo conferma l’approccio formale del regista irlandese John Carney (On the edge, Bachelors Walk) il quale attraverso la scelta di uno stile inaugurale istintivo e complessivamente sporco sembra voler dimostrare allo spettatore come l’intervento autoriale sul proprio gioiello non debba necessariamente essere omesso dal prodotto ultimato. Quello a cui lo spettatore è chiamato ad assistere è l’intervento sull’oggetto filmico effettuato attraverso un intenso e progressivo lavoro di levigatura utile al raggiungimento di una purezza assoluta. Un procedimento simbolico secondo il quale il cinema diviene cinema e raggiunge la sua essenza solo nel momento in cui si concretizza nella proiezione della pellicola sullo schermo bianco. Le intenzioni di Carney si traducono in termini stilistici nell’utilizzo della camera a spalla, nella convivenza tra campi lunghi e primi piani sonori, nella durata eccessiva delle inquadrature e in una lunga serie di raccordi atipici; tutti elementi mutuati dal videoclip che rendono al meglio quella sensazione di work in progress strutturale presente soprattutto nella prima parte dell’opera. Il linguaggio da cinéma vérité, inconsueto quanto ammaliante, muta però con il passare dei minuti sino a diventare sempre meno visibile rispetto alla profondità dell’opera e alla centralità dei sentimenti umani. L’impianto visivo iniziale di un film solo apparentemente estemporaneo lascia spazio così ad un plot sempre più coinvolgente, frizzante, non più imbavagliato dalla stravaganza formale ma agevolato da una struttura più esile e molto più consona alle vicende sentimentali raccontate nell’opera.
La storia di un ragazzo, musicista di strada e del suo amore perduto in un recente passato. La storia di una ragazza dell’est europeo arrivata in Irlanda con un bimbo al seguito ed un rapporto compromesso con il marito rimasto in patria. Due percorsi che convergono e si incrociano casualmente sulle strade di Dublino. Once rappresenta un incontro di anime perdute sul cammino della vita, che vivono e che sperano, giorno dopo giorno con una gioia naturale e uno sguardo rivolto al futuro. La musica unisce il destino di due vite intaccate dal dolore, diventa involucro del rapporto empatico nato dall’incontro. Protegge le loro debolezze, le loro paure e allo stesso tempo le esorcizza raccontandole in maniera gioiosa. La colonna sonora dell’opera, premiata nel suo singolo più emozionante con l’Oscar alla miglior canzone (Falling Slowly), è probabilmente il primo elemento a rimanere impresso nella mente del pubblico, il vero valore aggiunto del film. Estrapolata dal contesto filmico essa acquisisce, già di per se, una rilevanza estremamente significativa e se a questo si aggiunge poi l’ambientazione irlandese in cui la storia si inserisce, ecco allora che tale valore musicale si innalza automaticamente sino a trascendere la funzione d’accompagnamento alle immagini e divenire soggetto stesso della pellicola. La musica è il motore narrativo che porta avanti la storia dei due protagonisti, descrive le loro vicissitudini sentimentali in maniera semplice e diretta, senza mai cedere agli schemi artificiosi del musical classico (le canzoni sono sempre cantate e suonate dal vivo). Una Dublino grigia e malinconica, ben colta dalla fotografia quasi documentaristica di Tim Fleming, diviene lo sfondo ideale per la rappresentazione di una crescita al contempo artistica e umana. Simbolo della commistione tra diverse sonorità e luogo di partenza per importanti star internazionali (U2, Cranberries, Sinead O’Connor, Enya) la capitale irlandese si mostra ancora in grado di saper accogliere con il medesimo calore di un’epoca passata i numerosi artisti di strada che la popolano e di raccontare attraverso sguardi, gesti e note vibrate nell’aria storie personali e affascinanti come quelle dei nostri due giovani personaggi (magnificamente interpretati da Hansard e Irglovà).
La forza del film di Carney risiede nella capacità di cogliere le sfumature della normalità e farne uno spettacolo emozionante, un oggetto prezioso da venerare e rispettare in ogni sua forma. Anche in quella apparentemente negativa di un happy ending mancato. Lontano da Hollywood è ancora possibile accettare la realtà così come si presenta, senza orpelli, sovrastrutture. Senza che in questa debba essere necessariamente eliminata la possibilità dell’epilogo inaspettato e, per certi versi, triste. Attraverso uno squarcio poetico leggero e garbato Once ci insegna a cambiare marcia e a scovare anche sotto la più negativa delle vicissitudini il filo di speranza che tiene insieme la vita di un individuo. Quando un film riesce ad avere lo straordinario potere di riconciliare lo spettatore con la vita e con il cinema, allora è assolutamente vietato perderlo. In un periodo saturo di catastrofi e sofferenza umana diventa assolutamente fondamentale poter aprire uno spiraglio nella quotidianità e trascorrere un’ora e mezza di assoluto godimento per gli occhi e le orecchie. Once permette questo. Chapeau!
(Once) Regia: John Carney; soggetto e sceneggiatura: John Carney; fotografia: Tim Fleming; montaggio: Paul Mullen; suono: Robert Flanagan; scenografia: Tamara Conboy; costumi: Tiziana Corvisieri; interpreti: Glen Hansard (Il Ragazzo), Markéta Irglovà (La Ragazza), Bill Hodnett (Il Padre del Ragazzo; produzione: Summit Entertainment, Samson Films; distribuzione: Sacher Distribuzione; origine: Irlanda; durata: 91’; web info:sito ufficiale
