One Man

Roma, Teatro Argentina – Sul palco nient’altro che lui. L’unica scenografia è quella che Steven Berkoff crea con il suo corpo. Così come i personaggi che si alternano sulla scena sono il prodotto della sua straordinaria mimica e della sua estrema versatilità vocale. Fin dai primi istanti il pubblico pende dalle sue labbra. Lo spettacolo, semplice e minimale, si rivela essere fin da subito un’eccellente prova d’attore, in cui una sorprendente capacità affabulatoria è esaltata dalla potenza del gesto teatrale.
Sebbene Berkoff sia anche affermato regista e drammaturgo, quello che vediamo in azione in One Man è, innanzitutto, l’animale da palcoscenico. Poco importa se i due atti unici di cui lo spettacolo si compone non costituiscano un vero è proprio insieme organico. Entrambe le vicende sono pretesti per vedere in azione un Berkoff in splendida forma, sebbene un po’ invecchiato, costruire dal nulla realtà concrete e plastiche e renderle vive davanti ai nostri occhi. Eppure, anche se apparentemente labile, il filo che lega queste due diverse realtà, distanti nel tempo e nello spazio, c’è: un profondo malessere, frutto del vivere moderno, raccontato, in entrambi i casi, con un irresistibile, sia pure macabro, umorismo.
Il primo atto è la rivisitazione del racconto di Poe The Tell-Tale Heart (Cuore rivelatore). Percepiamo da subito, facendola un po’ nostra senza tuttavia non riuscire a riderne, la follia omicida del protagonista, vittima a sua volta della propria indomabile nevrosi. Berkoff (tra l’altro allievo della celebre scuola di mimo Jean Lecoq) ricrea sulla scena la stanza, luogo del delitto e, addirittura, l’intera casa, dotata di scala a chiocciola. Berkoff non veste solo i panni del celebre assassino maniaco-compulsivo, ma è a un tempo vittima e carnefice e, in un secondo momento, fa apparire in scena anche i poliziotti. Si consuma letteralmente davanti ai nostri occhi l’omicidio, con tanto di sangue e budella, in uno stile che fonde il clownesco con lo splatter.
Sgradevole, graffiante e, addirittura, volgare, il secondo atto, Dog, scritto dallo stesso Berkoff, racconta la vita, squallida e degradata, di un hooligan e del suo inseparabile pitbull (difficile dire quale dei due sia il vero padrone), presi in un loro tranche de vie. Tipica ‘fauna’ di un qualsiasi degradato angolo dell’Inghilterra Thatcheriana, i due esseri sono complementari. Inseparabili compagni di sventura, questa ‘strana coppia’ assurge a simbolo del degrado (morale e fisico) e dell’ottusità di una categoria umana, abbrutita e incattivita, che sembra non avere possibilità (o la volontà) di riscattarsi. Un vivido ritratto di miseria umana che Berkoff tratteggia con tinte forti e decise, mostrandoci spietatamente il lato grottesco della miseria umana.
Vero e proprio teatro fisico, di ‘azione’, dunque. E, sebbene non manchi di suscitare riflessioni profonde, quello che lascia veramente senza fiato è la disumana bravura del Berkoff-attore. Si ride durante questo spettacolo, un riso crudele, brutale e, tuttavia, incontenibile. Come il critico McKinley del New York Times afferma ‘Berkoff è forse l’unico attore in circolazione a riuscire a far ridere il pubblico mentre assiste ad uno squartamento’. Un umorismo, cinico e spietato, tipicamente inglese che, tuttavia, cattura anche il pubblico italiano.
Di e con Steven Berkoff
