Oreste

Nella sua rivisitazione dell’Oreste, Marco Bellocchio decide di sovrapporre due storie tanto lontane quanto simili: I pugni in tasca folgorante opera prima, che rivelò nel 1965 il grande talento cinematografico regista, e l’antica tragedia che Euripide scrisse 2500 anni fa per essere messa in scena nel Teatro greco.
Lo spettacolo trae vita da uno studio svolto in occasione del Festival del Teatro Antico di Velaia, e con la regia di Filippo Geli.
L’assonanza tra la drammaturgia euripidea e l’opera cinematografica esiste, viste le tragedie familiari che in entrambe le storie vengono drammatizzate, ma con delle differenze più che rilevanti nel distanziare nel tempo tra tragedia classica e dramma psicologico contemporaneo ovvero: l’origine e il destino dei due personaggi principali Oreste e Ale; entrambi sono interpretati da Pier Giorgio Bellocchio, attore eclettico e carismatico, che si impossessa della scena con una facilità estrema, spesso catalizzando l’attenzione dello spettatore su di lui, seppur affiancato da validi colleghi.
I due personaggi/fratelli, sdoppiati nelle loro storie, sono divisi da sorti profondamente diverse: una dipendente dal Mito/Riconciliazione della tragedia greca, l’altra dal Realismo/Alienazione del dramma bellocchiano.
È come se il regista piacentino avesse voluto mostrarci, attraverso il lavoro di Filippo Gili, l’ineluttabile fine di coloro che appartengono al presente, tempo in cui gli Dei e le Eumenidi non sollevano gli umani, - proiezioni fisiche della loro deità e per questo tanto amati - dalle loro sfortune.
L’incapacità di Ale di purificarsi della grave colpa commessa attraverso il matricidio lo avvicina ad un uomo "normalmente" anormale, colpito dall’ epilessia, elemento che sembra rappresentare la sua incapacità di relazionarsi alla crudeltà del vivere.
Potremmo definire Ale un perfetto soggetto di una pièce in cui si analizzano i processi psicologici del matricidio e dei rapporti incestuosi con la sorella Giulia, mentre Oreste seppur sfiorando l’anima del suo alter-ego moderno non è coinvolto pienamente dal dolore terreno, poiché altre sono le proiezioni della mente di un eroe che sacrifica la madre per l’onore del padre e del suo popolo.
La corrispondenza delle storie è prodotta grazie ad un’ottima rivisitazione e composizione dei due testi, ma non è stato possibile creare una spontanea omogeneità emotiva dei personaggi per un semplice motivo che esula dagli adattamenti scenici, come quello di rappresentare il coro attraverso due simpatiche pettegole di provincia: Oreste è il mito, elemento che proviene dall’umano ma lo supera sublimandolo, Ale è l’umano, un Oreste mai nobilitato nelle proprie azione, un soggetto perfetto per un dramma psicologico, in cui il dolore come spesso emerge nei film di Bellocchio è analizzabile ma inevitabilmente presente e parte integrante della nostra esistenza.
L’attenta regia di Filippo Gili riesce allora a restituirci una storia dalla difficile struttura, grazie all’intensa recitazione degli attori e alla linearità di una scelta realistica dei personaggi che si muovono e si succedono in scena come se le loro parole non fossero divise da 2500 anni di teatro e di storia.
(Oreste); da un’idea di Marco Bellocchio
progetto artistico di Marco Bellocchio
dai testi "Oreste" di Euripide e
"I pugni in tasca" di Marco Bellocchio
drammaturgia e regia di Filippo Gili
con Pier Giorgio Bellocchio, Vanessa Scalera, Katia Gargano
Produzione Festival di Teatro Antico di Veleia
con Andrea Maia di Teatro Golden di Roma
