Pardonnez moi - Passaggi d’Europa

La regista francese Maiwenn, alla sua opera prima, è sempre stata affascinata dalle bambole russe: una dentro l’altra sempre più piccole ma tutte identiche. Come lei il pubblico resta affascinato dal racconto delle matrioske nascoste nella sua storia personale, bambole rotte e scheggiate, eventi dolorosi che scoprono ferite mai chiuse e cicatrici mai sanate, andando ogni inquadratura più a fondo in un dramma individuale raccontato in maniera perfetta.
Maiwenn mette in scena se stessa raccontando la sua vicenda. Per farlo, racconta la storia di un’attrice di teatro, Violette, che sulla scena interpreta una piéce che parla di suo padre Dominique, un bretone violento e rozzo. Finito lo spettacolo teatrale inizia la lavorazione del film di Violette, un documentario che parla ancora della sua vita. Entra in scena un’altra protagonista, una videocamera digitale: sono tantissime infatti le inquadrature della pellicola filtrate dall’obiettivo della videocamera. La continua mise en abyme riconduce sempre allo stesso punto di partenza, un vero filmato in cui la regista da bambina veniva intervistata sul suo sogno di diventare attrice.
L’obiettivo di Violette è la ricerca della verità e per questo la ragazza decide di dirigere un film sui suoi parenti per mostrare al figlio che porta in grembo quale sia realmente la sua famiglia. Un documentario con protagonisti genitori, sorelle e fidanzato, girato con mezzi pressoché amatoriali, per non essere presa sul serio. Dovranno tutti ricredersi quando verranno scoperchiati i vasi di Pandora che ciascuno cercava di occultare. Il contenuto è rappresentato da sentimenti veri affogati però in grandi menzogne. Le violenze subite da bambina e la continua, tradita attesa di una richiesta di perdono da parte del padre hanno impedito a Violette di ricostruirsi una vita, sempre condizionata dai fantasmi della sua infanzia.
Nel continuo rincorrersi di realtà e messa in scena, l’unica sicurezza che viene trasmessa è che il mezzo per scoprire la verità è l’arte (sia essa il teatro o il cinema), ma allo stesso tempo l’arte è creazione di una finzione, quindi meccanismo per nascondere quella stessa verità ricercata. Il grande merito di Pardonnez – moi è riuscire ad annullare quasi completamente il distacco tra reale e non reale facendo credere che tutto quello che viene mostrato sullo schermo sia un drammatico documentario. Maiwenn arriva a questo risultato in due modi: grazie alla sua capacità di far sparire l’occhio della macchina da presa, che nonostante sia per la maggior parte della inquadrature vicinissima ai volti dei protagonisti quasi non si avverte, e soprattutto per la passione con cui interpreta il ruolo di Violette. Le parole rotte dal pianto travolgono e commuovono, gli sguardi di sfida e le richieste di umanità che lancia al padre, la violenza e la ricerca d’amore sono così intensi che è difficile, una volta tornata la luce in sala, comprendere subito che tutto quello che è stato mostrato non sia vero.
Una lunga e necessaria seduta di psicoanalisi in cui al posto del lettino del medico ci sono le poltrone di un cinema. Un’emozionante opera prima in cui tutto il cast è sempre perfettamente sull’orlo dell’esplosione, in bilico tra risate di gioia e lacrime rabbiose.
(Pardonnez-moi) Regia: Maiwenn; soggetto e sceneggiatura: Maiwenn; fotografia: Claire Mathon; montaggio: Laure Gardette; musiche: Mirwais Ahmadzai; costumi: Marité Coutard; interpreti: Maiwenn (Violette), Pascal Gregory (Dominique); produzione: Mai Production Les film du Kiosque; distribuzione: SND/M6 D.A.; origine: Francia 2006; durata: 86’.
