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Pelé

Pubblicato il 26 maggio 2016 da Marco Di Cesare
VOTO:


Pelé

Strano come la patria del calcio (probabilmente ancor più patria dell’Inghilterra) sia l’unica nazionale, tra le otto Campioni del Mondo, a non avere vinto nemmeno un Mondiale in casa propria, pur avendo organizzato la kermesse per ben due volte su venti edizioni totali. Brasile che cinque volte ha alzato il trofeo più desiderato: primo nell’albo d’oro, è anche l’unica squadra ad avere partecipato a tutte le fasi finali dei Campionati. Diversamente quindi da Germania, Italia, Argentina, Uruguay, Inghilterra e Francia, e al pari solo della Spagna, il Brasile è l’unica nazionale ad avere trionfato esclusivamente in trasferta; specificando inoltre come la nazionale iberica abbia un solo alloro mondiale dalla sua, a fronte dei cinque verdeoro. Pare quindi che il Brasile abbia con ciò voluto sottolineare la propria alterità rispetto al calcistico mondo circostante, risultando già di suo una delle nazioni più multietniche dell’emisfero occidentale; ma dalla storia travagliata, come molti altri Stati che si trovano a sud e al di sotto delle potenze colonialiste. Un gigante dai piedi d’argilla, preda degli interessi del Portogallo prima, dell’Inghilterra poi e degli Stati Uniti infine, prima di trovare negli ultimissimi anni una seppur minima parvenza di indipendenza, sebbene correndo di continuo il rischio di annegare in un oceano di corruzione, sperequazioni sociali e violenza diffusa. Il calcio, quindi: portato dagli inglesi in un Paese ove la classe dirigente in particolare vantava discendenze bianche ed europee; importato dal Vecchio continente in quello che è un colosso incastonato nella periferia del Nuovo mondo. Il calcio: una palla che rotola, tonda come il globo, come il cerchio raffigurato sulla bandiera verdeoro. Il calcio come lo intendono da quelle parti: libera interpretazione da esportare in giro per il mondo, a suon di vittorie. E messa in opera di un ideale: funambolica giocoleria, spettacolo e intrattenimento ove il primo pensiero è attaccare l’avversario per mostrare una superiorità che sia tracotanza e ricerca di una grandezza che per altre vie ancora non può essere riconosciuta a un Paese sì grande.

Così i fratelli Jeff e Michael Zimbalist, documentaristi per la televisione che già hanno affrontato tematiche sportive (tra cui The Two Escobars e Youngstown Boys, entrambi per il canale ESPN), con questo film sulla perla nera approdano all’esordio cinematografico, prodotto dal rinomato Brian Grazer amico di Ron Howard, a pochi mesi dall’inizio delle Olimpiadi di Rio de Janeiro e quasi due anni dopo il Mineirazo di Belo Horizonte, quando il Brasile, oramai involutosi fino alla mediocrità di palleggio e fantasia, venne asfaltato in semifinale dalla Germania futura campione del mondo. Laddove poi la moderna storia calcistica verdeoro è stretta proprio tra il Mineirazo e il Maracanazo di Rio nel 1950: una tragedia, quest’ultima, non solo sportiva, se si pensa ai suicidi che causò la sconfitta di una fino ad allora strabordante compagine, battuta nella finale casalinga dal piccolo e confinante Uruguay che su difesa e contropiede riponeva la propria forza.

E Pelé comincia proprio dalle ceneri di quel luglio del 1950: lì dove un Paese sembrava esser morto, pur se in cerca di un pronto riscatto e di una rinascita. Intanto che Edson Arantes do Nascimento, bambino di nemmeno dieci anni, sta crescendo in un villaggio di capanne e poco più che sembra offrire rare occasioni, con un futuro incerto che per taluni potrà diventare delinquenza, prigione e morte prematura. Edson: figlio di Dondinho, ex calciatore che ha dovuto anzitempo interrompere la propria carriera e che ora lavora come inserviente in un ospedale; mentre la madre, più dura e concreta, vorrebbe negare al primogenito il sogno precario del calcio in favore della stabilità alla quale solo l’impegno a scuola può condurre. Stretto, Pelé, tra due mondi: come il suo Paese, tra speranza, rovina e sviluppo; calcisticamente parlando poi, pronto ad abbracciare il pragmatismo tattico europeo, diviso da una rivoluzione che – etimologicamente intendendo – può significare sia ’rivolgimento’ che ’ritorno’ (alle origini). Fantasiosio, atletico e letale sottoporta, oltre che futuro fuoriclasse completo in ogni sua parte, il diciasettenne esordiente Pelé diviene emblema del nuovo Brasile dell’allenatore Feola, il quale rinunciò a un po’ di storica spregiudicatezza verdeoro, ma lasciando alla fine i propri giocatori liberi di esprimersi attraverso una divertita concentrazione, senza troppo scivolare nell’autocompiacimento, riscattando nel 1958 in Svezia le debacle del ’54 e soprattutto del ’50. E il film degli Zimbalist, concludendosi con la Finale di Stoccolma, raffigura un bambino che diventa adulto, schivando mille difficoltà, impegnandosi nel contare su se stesso, il proprio talento, il lavoro e le proprie radici. Poiché Pelé assomma in sé la spregiudicatezza, l’ambizione e la redenzione di un popolo, così come nel film la Ginga sta a rappresentare: elemento della Capoeira, è orgoglio del Brasile e delle sue radici legate alle fasce più basse del popolo, ossia i discendenti degli schiavi africani che tentarono di liberarsi del giogo portoghese; radici che non possono essere accantonate, pur nell’estrema difficoltà dell’esecuzione della Ginga come tecnica calcistica.

Redenzione del calcio e nel calcio, quindi. Orgoglio nazionale e modo per sentirsi uniti; oppure per dimenticare di tanto in tanto le differenze che dividono i cittadini del medesimo Paese. Una parabola ascendente quella raccontata in Pelé e che giunge fino all’estasi del trionfo. Con gli Zimbalist che paiono avere voluto offrire il ritratto biografico di un individuo – seppure ’speciale’ - e di un ambiente sociale e storico, suggerendo un approccio documentaristico che però a nostro parere del documentario conserva ben poco, addentrandosi piuttosto nei meandri della fiction spesso più bassa, presentando forzature a livello drammaturgico (in particolare la disputa Pelé-Altafini, mondi diversi che si scontrano-incontrano), facilonerie che sovvertono in maniera subdola la verità storica (la presunta ricchezza economica della famiglia di Altafini; oppure la scelta della maglia per la Finale, decisione imposta dalla nazionale svedese). Senza dimenticarsi di talune didascaliche ripetizioni e sottolineature cui si è assistito lungo la pellicola. Infine una regia che scade nel pathos digitalizzato quando riprende l’evento calcistico, portando in scena uno stanco fumettismo che dovrebbe immaginiamo destare meraviglia, estasi, distacco dalla quotidianità, ma che appare come una delle varie superficialità di un film indeciso e incostante.

Per tali motivi l’opera non può essere considerata positivamente, al di là del piacere che può regalare agli appassionati di calcio in toto e non solo di un giocatore la cui completezza potrebbe riunire in sé le caratteristiche del meticciato brasiliano. Una fiaba a lieto fine, quella di ’O Rei’ che, però, ancora oggi sembra incarnare un sogno destinato a rimanere ingabbiato all’interno di un campo di calcio: al pari del film degli Zimbalist.


CAST & CREDITS

(Pelé: Birth of a Legend); Regia e sceneggiatura: Jeff e Michael Zimbalist; fotografia: Matthew Libatique; montaggio: Luis Carballar, Naomi Geraghty, Glen Scantlebury; musica: A.R. Rahman; interpreti: Leonardo Lima Carvalho (Pelé bambino), Kevin de Paula (Pelé ragazzo), Diego Boneta (José Altafini), Vincent D’Onofrio (Allenatore Feola), Seu Jorge (Dondinho), Rodrigo Santoro (Commentatore brasiliano); produzione: Imagine Entertainment, Seine Pictures, Zohar International; distribuzione: M2 Pictures; origine: Usa, 2016; durata: 107’; web info: Minisito del distributore italiano, Pagina Facebook italiana ufficiale, Pagina Twitter italiana ufficiale.


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