Pensieri sparsi su Venezia 67

Appena salito sul palco della Sala Grande per la premiazione finale, il presidente della giuria Quentin Tarantino ha tenuto a sottolineare che i verdetti erano stati presi considerando esclusivamente il cinema. Nient’altro, niente politica, niente affetti personali, niente spinte esterne.
Mettiamola che sia andata veramente così, mettiamo da parte ogni illazione esternata a fine cerimonia da noi giornalisti (e non solo) e crediamo alla buona fede di Tarantino e della sua giuria. Ecco, diamo per scontato che abbia valso solo il cinema. E allora, con questa premessa, il nostro commento sulla conclusione di Venezia 67 non vuole focalizzarsi su riconoscenza, ex fidanzati, amici di vecchia data, ma non può che essere semplicemente ricco di delusione e rammarico.
La vittoria di Sofia Coppola ci riempie di rabbia, perché Somewhere è sì un buon film, ma non è un film degno di un premio importante e prestigioso come il Leone d’oro. Niente contro Sofia Coppola, che continuiamo a ritenere un’ottima regista, e niente di eccessivo neanche contro il suo film, comunque onesto e divertente. La sua presenza in concorso ci stava, ma il Leone è veramente troppo, anche perché non si trovava in gara con una massiccia rappresentazione della miglior commedia sexy all’italiana ma con opere come Black Swan di Aronofsky, Silent Souls di Fedorchenko, Essential Killing di Skolimowsky, Balada triste de trompeta di De la Iglesia, Post Mortem di Larraìn, Noi credevamo di Martone, La passione di Mazzacurati, Il fossato di Wang Bing (importante film sorpresa di quest’anno), Detective Dee di Tsui Hark - alcune di queste comunque premiate, altre no, ma tutte senza dubbio più meritevoli di Sofia e del suo raccontino.
Anche se di capolavori non ce ne sono stati, la media del concorso quest’anno è stata molto alta. Oltre ai già citati non ci possiamo dimenticare di Barney’s Version con uno straordinario Paul Giamatti, Monte Hellman e il suo Road to Nowhere, il delizioso Potiche di Francois Ozon. Insomma, è stata una vera Mostra d’Arte Cinematografica, non indimenticabile ma certo superiore a tante edizioni passate e all’ultima selezione del Festival di Cannes. Per cui, sebbene dispiaccia vedere la figlia del grande Francis, rinchiusa in un vestito blu stile bomboniera, tenere in mano il magico Leone, il nostro giudizio complessivo su Venezia 67 è più che positivo. Muller ha saputo costruire una competizione eterogenea, dando spazio a tutte le anime del cinema contemporaneo, dall’action orientale all’indie americano, dall’eleganza del cinema francese all’esplosività di altro cinema europeo, fino a mettere in gioco un cinema italiano ancora non perfetto (e non premiato) ma finalmente rinnovato e pieno di idee e di coraggio.
Non solo un ottimo concorso però, anche un’Orizzonti nuova, che ha dato uguale importanza a lunghi e cortometraggi, che ha aperto e chiuso con due grandi nomi (Catherine Breillat e Hong Sangsoo, entrambi comunque non al meglio) e non è sembrata (come invece negli altri anni) la sezione degli scarti della competizione.
Più attenti ai gusti del pubblico i film Fuori Concorso, sezione mastodontica, ricchissima di film, forse troppi, e per questo un po’ dispersiva. Ma di bei film se sono visti anche lì: da The Town di Ben Affleck, a I’m Still Here del fratello Casey, fino ai divertentissimi Machete di Rodriguez (se fosse stato in concorso un premio l’avrebbe preso…perché, come ha detto Tarantino, ha contato solo il cinema…) e Zebraman 2 di Miike.
Sottotono invece Controcampo italiano. In essa si è visto poco o niente di realmente interessante (i migliori, i film di Pannone e di Roberta Torre) e la vittoria di 20 sigarette, opera sì sincera e toccante ma piena di difetti, ne conferma il livello medio-basso complessivo. Forse bisognerebbe ripensare alla necessità di questa sezione, che non dovrebbe funzionare da contenitore di film italiani di qualunque tipo, ma essere invece un riflettore sul nostro buon cinema “di nicchia”, giovane, coraggioso, magari sperimentale.
Esclusi i film in concorso, il miglior cinema tricolore si è visto nelle sezioni collaterali - sempre promotrici di opere veramente interessanti - della Settimana della critica e delle Giornate degli autori: Hai paura del buio di Coppola e Et in terra pax della coppia Botrugno-Coluccini sono state senza dubbio le rivelazioni della mostra, mentre Antonio Capuano, pur non ai suoi massimi livelli, con L’amore buio si è portato a casa molti premi collaterali.
Infine, un ringraziamento a Muller per la retrospettiva La situazione comica. Criticata da molti, la scelta del direttore ha funzionato e ha reso giustizia a tanto cinema di genere italiano da sempre dimenticato e messo da parte dai critici e dai circuiti festivalieri. Non parliamo tanto dei film di Pozzetto, Banfi, Verdone, De Sica, Abatantuono, comunque grandi comici, quanto di quelli firmati Mattoli, Bragaglia, Steno, Monicelli, Citti, Corbucci, Risi, Indovina, Soldati, Pietrangeli: titoli più che meritevoli di una vetrina culturale così importante.
L’appuntamento ora è per l’anno prossimo. In molti attendono con ansia e trepidazione il nuovo palazzo del cinema. A noi invece interessa poco. Noi speriamo solo in un buon festival, magari migliore di quello appena passato. Perché per noi conta solo il cinema. Come per Tarantino d’altronde. O forse no, forse per lui conta anche qualcos’altro. Ma è meglio non pensarci...
